Ricorre quest’anno il centenario dalla nascita di Wolfango Peretti Poggi, artista tecnicamente e contenutisticamente eccelso, in cammino solitario, come il lupo a cui il suo nome di battesimo allude. Votato al disegno e alla pittura sin dalla più tenera età, fu avviato al linguaggio dei segni e del colore dallo zio pittore. Dopo avere conseguito il diploma classico al Liceo Galvani di Bologna, per assecondare i genitori che desideravano diventasse medico o avvocato, si iscrisse alla facoltà di Medicina, dove maturò lo studio dell'anatomia in relazione all'utilizzo che ne avrebbe fatto nelle arti figurative. In seguito interruppe gli studi per dedicarsi totalmente alla sua vocazione pittorica. La grandezza dell’uomo e dell’artista Wolfango, che nella firma includeva il nome di sua moglie Chiara, risiede nell’avere indagato a tutto campo l’arte, anche quella applicata, con sapiente ingegno e colta profondità di pensiero. La sua qualità risiede anche nell’essere stato una voce libera e autonoma nel mondo dell’arte contemporanea, un illustratore finissimo, un modellatore espressivo e incisivo: memorabile il suo Presepe che non ha eguali al mondo. Wolfango per me è stato un riferimento anche per quell’affinità di fondo che supera gli impedimenti della vita. Condividevamo lucidamente un abisso laterale: la domanda sulla morte. Non ancora laureata ebbi l’opportunità di conoscerlo grazie al comune amico e artista Maurizio Osti, all’Accademia delle Belle Arti di Bologna.
Di quelle sere invernali ricordo gli accesi dibattiti, dove non c’era spazio per compiacimenti, piuttosto l’urgenza di capirsi sui fondamentali dell’arte, dialogando autenticamente. Fu grazie a Wolfango che conobbi gli scultori Paolo Gualandi e Bruno Bandoli, artisti che negli anni Novanta del secolo scorso diedero vita alla Scuola di Scultura Applicata, dove fui invitata a insegnare iconografia e iconologia e dove maturò il progetto di traduzione della pittura in funzione della disabilità visiva. Wolfango aveva uno sguardo potente e non mite sull’umano e sulla natura; ne sentiva il peso cogliendo al tempo stesso il miracolo della rigenerazione. Nel suo essere volitivo e indocile, sapeva anche essere dolcissimo: perché generoso e puro. Quando conduco gli allievi alla conoscenza delle sue opere di grandi dimensioni, custodite nelle sedi nevralgiche, cittadine, oltre a La cassetta dei rifiuti che è un universo in divenire, quella che più impressiona è Resurgo. Si tratta di uno sguardo zenitale su una fredda urna di zinco, che Wolfango ebbe la possibilità di custodire e contemplare a lungo. Al suo interno giace un cranio, quasi cullato dalle ossa del bacino. Nella ricomposizione i femori sono sottoposti agli omeri e ossa curvilinee affiorano dall’oscurità, disegnando idealmente un otto rovesciato, simbolo dell’infinito. In questa visione implacabile e commovente rivedo Wolfango. Penso ai suoi figli Alighiera e Davide, custodi della memoria, e così risuonano i versi, inarrivabili, di Dylan Thomas:
(…) "E tu, padre mio, là sulla triste altura maledicimi, benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego. Non andartene docile in quella buona notte. Infuriati, infuriati contro il morire della luce." (…)

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