Fondata a Bologna nel 1990, l'associazione “Casa delle donne per non subire violenza” (con sede in Via Massenzio Masia 19/A), rappresenta oggi un punto di riferimento imprescindibile che offre supporto e ascolto alle donne che hanno subito violenza. Dalla sua apertura, la Casa ha sostenuto oltre 17mila donne (931 nel 2025), un numero in costante aumento che testimonia la persistenza della violenza di genere, ma anche la fiducia nei servizi, che consistono in percorsi di sostegno e ospitalità per donne e minori, consulenza psicologica e legale, orientamento al lavoro, gruppi di sostegno e ricezione di segnalazioni di terzi. Tra i Centri antiviolenza di più lunga esperienza in Italia, la "Casa delle donne per non subire violenza" di Bologna collabora attivamente con reti e istituzioni nazionali ed europee per lo sviluppo di strategie di contrasto condivise. Ne parliamo con Anna Pramstrahler, fondatrice e storica attivista dell’associazione.
Come valuta l'evoluzione del dibattito pubblico intorno alla questione violenza contro le donne?
In questi ultimi decenni è molto cambiato verso una maggiore sensibilizzazione sul tema. Sappiamo che la violenza maschile contro le donne fa parte della struttura delle nostre società patriarcali da millenni. Quello che è cambiato è l'emersione dal silenzio: le donne hanno iniziato a dire basta.

Il quadro normativo in Italia è all’altezza?
L’Italia è inizialmente rimasta molto indietro rispetto al tema, ma negli ultimi decenni ha recepito tantissime norme internazionali ritenute all’avanguardia. Se pensiamo al “Processo per stupro” del 1979, dove le vittime venivano accusate e i carnefici difesi, o se riflettiamo che solo nel 1996 la violenza sessuale è diventata delitto contro la persona invece che contro la “morale pubblica”. Solo nel 2013 è nato il cosiddetto decreto femminicidio, misure per facilitare l’allontanamento del maltrattante dalla casa famigliare e il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla vittima e dei suoi figli. Nel 2019 viene approvato il Codice rosso, una legge che prevede una corsia privilegiata alle vittime di violenza che sporgono denuncia. Vengono infine inseriti reati come il revenge porn, lo sfregio del volto, i matrimoni forzati, la violazione dell’obbligo di allontanamento.
Quali sono i punti fragili in questo sistema?
Come conferma l’ultima indagine Istat, il 10% delle donne denunciano. Esiste una grande sfiducia nel sistema giudiziario, ma dall’altra parte sempre più donne si rivolgono ai Centri antiviolenza che, sempre secondo i dati Istat, sono quasi raddoppiati.
Quanti Centri antiviolenza conta la rete Di.RE?
Sono 88, ma con un divario territoriale tra nord e sud. Uno dei punti critici è la formazione delle figure che vengono in contatto con le donne: forze dell’ordine, magistrati, assistenti sociali, personale del pronto soccorso.
La violenza sulle donne con disabilità è un fenomeno ancora sommerso. Come lo valutate dalla vostra esperienza?
Da diverso tempo nei Centri antiviolenza viene utilizzato un approccio intersezionale guardando la donna con le sue diverse identità, discriminazioni subite, difficoltà. La strategia principale è quella di fornire alle operatrici di accoglienza una formazione specifica.

Com’è la situazione nel vostro centro di Bologna?
Con il trasferimento della sede in via Masia abbiamo risolto uno dei problemi strutturali, cioè le barriere fisiche di accesso alla struttura. Rimane la questione che non tutte le case rifugio sono accessibili da tutte. Durante il periodo pandemico, però, abbiamo messo a disposizione un servizio WhatsApp per le donne sorde e abbiamo preso accordi per trovare un’interprete LIS per i colloqui. In quest’ottica abbiamo svolto iniziative anche con le donne cieche insieme all’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti.
Quali iniziative considerate più efficaci per decostruire la cultura della violenza?
Una prima ed essenziale azione rimane quella di far conoscere il Centro antiviolenza in più ambienti possibili, anche solo il numero di telefono e l’indirizzo.
Quali sono i vostri progetti e le prospettive per il futuro?
Il problema storico generale è l'incertezza economica. Da anni chiediamo di ricevere finanziamenti strutturali e riconosciuti come servizi essenziali (alla pari di un pronto soccorso o di un servizio sociale). L’obiettivo è garantire continuità alle operatrici impegnate e formate, e permettere una progettualità a lungo termine.
tel. 051-333173

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