Vocazione alla bontà

Intervista al Cardinale Matteo Maria Zuppi
Silvia Colombini

Il Cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, è un uomo che ci invita sempre a guardare al futuro con speranza. Le sue parole e il suo impegno per la pace sono al centro di questo mondo contemporaneo, dove conflitti, disuguaglianze e guerre colpiscono e minacciano ogni giorno troppe persone. Per il Cardinale Zuppi “educare alla pace è un atto di resistenza rivoluzionaria” e ha ragione. Il bene dovrebbe essere nella logica di ogni essere umano perché, in fondo, il mondo può andare avanti solo se c’è armonia.

 

Lei parla spesso di cultura della riconciliazione. Come possiamo attuarla in una società carica di conflitti?

 

La riconciliazione non viene per caso. È un'arte delicatissima che richiede molta determinazione e molta convinzione che richiede la consapevolezza che, se non la cerchiamo, i problemi sono destinati a ripetersi. Come smaltire l'odio, la violenza, il pregiudizio, il rancore, tutte le conseguenze delle guerre terribili, terribili. Ecco, mi ha colpito tanto un articolo di Quirico che dice come le stragi sono tutte uguali e come anche le persone cosiddette per bene, che non avrebbero mai goduto ad ammazzare qualcuno, a calpestare qualcuno, a vendicarsi, travolte dalla guerra si trovano a fare delle cose terribili. Con quello che comporta, sia in chi le fa, ma anche in chi le subisce, perché poi è ovvio che questo mette delle tossine di violenza terribili. Una delle cose che Papa Leone ha chiesto alle parrocchie è di essere case di pace e di non violenza e di darsi da fare per risolvere i conflitti. A volte anche le nostre città rassomigliano più a dei bunker, a dei luoghi di aggressività, piuttosto che luoghi di comunità, di incontro, di dialogo, di identità. Quindi c'è bisogno di molta riconciliazione e deve cominciare da noi. Dobbiamo essere artigiani di pace e anche di riconciliazione, partendo dalle cose piccole. Chiedere scusa, fare il primo passo, e non lasciare l'odio inerte nelle strade o nei cuori. Dobbiamo cercare il fratello. Quando c'è stato l'incontro di tutte quante le religioni a Roma, mi ha colpito, la storia del lupo di Gubbio. La cosa geniale di San Francesco è che il lupo non lo porta in un'altra città a iniziare una nuova vita. No, lo riporta a Gubbio e chiede agli abitanti di prendersi cura di lui, spiegandogli che il lupo si comportava così perché aveva fame. Questa è la genialità della riconciliazione, per cui gli abitanti di Gubbio, quando il lupo morì due anni dopo, piansero. Gli abitanti di Gubbio erano in guerra col lupo perché aveva ucciso anche delle persone e, chissà, il primo che gli avrà portato da mangiare, avrà pensato: il lupo perde il pelo, ma non il vizio, mi azzannerà di nuovo. E invece ecco, la riconciliazione e il genio di San Francesco. Certo, la riconciliazione non è facile, però è l'unica via per ricostruire una relazione che il male infrange, rompe, strappa.

Il Cardinale Matteo Maria Zuppi - foto di Giampaolo Zaniboni, Bologna

Come può impegnarsi la società civile e ognuno di noi per migliorare le cose?

 

Molte volte pensiamo che siano questioni di altri e ci mettiamo in un atteggiamento da spettatori, in cui osserviamo come se non ci riguardasse. Siamo intossicati di individualismo, per cui quando si tratta di occuparci degli altri, delle cose pubbliche, delle cose che riguardano tutti ci mettiamo in un atteggiamento da spettatori, in cui osserviamo come se non ci riguardasse. Pensiamo: ci deve pensare qualcun altro, non ci devo pensare io. Invece è proprio vero il contrario, dobbiamo ricordarci che il pubblico e il privato sono molto collegati. Per fare un esempio bolognese, i portici sono proprietà dei palazzi, se si rompe un pezzo del portico non interviene il Comune, ma il palazzo davanti al quale c'è quel pezzo di portico. Questo mi ha sempre colpito, il fatto che quella che è un po' un'estensione di casa è anche un luogo di incontro. Ecco, questo credo che dovremmo imparare a farlo su tante altre cose. Il pubblico non è di nessuno oppure ci pensi qualcuno. altro. Eh, ma è anche un pezzo mio, siamo tutti conproprietari. con il volontariato, con l’educazione alla solidarietà, sostenendo le realtà del territorio che operano per il bene comune.

 

Possiamo anche chiederci come ogni nostra scelta – dal voto alla spesa quotidiana – influisca sulla vita degli altri. La cura dei più fragili è una responsabilità collettiva: nessuno si salva da solo.

 

Nel 2025 abbiamo celebrato gli 800 anni del Cantico delle Creature e quest’anno ci saranno altre iniziative in ricordo di San Francesco. Quale insegnamento porta oggi ai giovani?

 

Il Cantico delle Creature San Francesco lo dettò quando era cieco, ma sapeva vedere e anche far vedere anche, con la sua grande capacità di vedere nel profondo, in modo umano e spirituale allo stesso tempo e le due cose sono molto unite. Da cieco dettò anche la musica, che si è persa, ma lui era proprio un poeta e gli piaceva cantare. È chiaro che nel canto c'è sempre qualcosa di più, che non è soltanto la recita delle strofe, c’è sempre come una melodia che esprime e che tocca il cuore. Ci dice che dobbiamo accorgerci dei doni, che quindi non sono proprietà, ma doni che il donatore non si riprende, ma ci affida. Non è che il donatore dice "Vabbè, adesso me lo riprendo perché voi non siete stati capaci, lo do a qualcun altro". Un dono cambia tutto perché vuol dire che non siamo frutto del caso, ma siamo destinatari di qualcosa di straordinariamente bello. Lui cantava sapeva mostrarci la bellezza anche negli aspetti più negativi, canta anche la nostra sorella morte, come a dire che la forza dell’amore spegne la forza della morte. Il grande insegnamento è accorgersi di questo. Questi doni ci sono affidati e che cosa ne facciamo? Non a caso il documento pontificio di Papa Francesco, ancora oggi a distanza di dieci anni è un punto di riferimento per tutti, per la conservazione della casa comune, del creato, con tante indicazioni che speriamo che ci aiutino a comprendere che non dobbiamo distruggere il creato. San Francesco soffriva tantissimo di occhi, fu operato, come si vede in uno dei suoi ritratti più antichi a Subiaco eseguito quando lui era vivo.

 

Lui è un cieco che vede e che aiuta a vedere, a contemplare, a capire la bellezza.

 

Sa cantare la bellezza e farcene accorgere, e questo è un grande messaggio.

Il Cardinale Matteo Maria Zuppi stringe la mano di una bambina - foto di Giampaolo Zaniboni, Bologna

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