Ottant’anni di voto alle donne 1946 – 2026

L’ingresso nella vita sociale e politica delle donne costituisce un progresso della democrazia di tutta la società italiana verso la modernizzazione del Paese
Paola Furlan

Il diritto di voto alle donne, che sancisce l’universalità del suffragio e in seguito di eleggibilità, diventa legge quando l’Italia intera non è ancora liberata. Il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945, emanato dal governo Bonomi, Estensione alle donne del diritto di voto, è un riconoscimento all’azione e al ruolo avuto dalle donne nell’antifascismo e nella Lotta di Liberazione in vent’anni di negazione delle libertà democratiche. L’ingresso nella vita sociale e politica delle donne costituisce un progresso della democrazia di tutta la società italiana verso la modernizzazione del Paese, insieme a quelle generazioni di giovani nate nel fascismo e che lo esercitano per la prima volta.

 

Il diritto di votare è il fondamento del nuovo ordinamento che anticipa le elezioni nazionali del 2 giugno 1946 e la Repubblica, risultato della maturità e dalla coscienza politica collettiva delle “masse” femminili che segna la rottura con il passato e aspira alla parità dei diritti nella famiglia e nel lavoro. Una richiesta di emancipazione che passa attraverso la negazione dell’immagine della donna nel fascismo, relegata in ruoli marginali e stereotipati nella società e nella famiglia.

Manifesto per il voto alle donne - 24 marzo 1946, Bologna

A Bologna, le donne votano per la prima volta il 24 marzo 1946 in occasione delle elezioni per il comune che appare come l’interlocutore privilegiato della nuova rappresentanza sociale, simbolo della città, luogo dove fare convergere tutti gli sforzi per la ripresa della vita morale, civile, economica e istituzionale. Il manifesto di convocazione ricorda che "per la prima volta nella storia d'Italia tale diritto è riconosciuto anche alla donna" per dimostrare “in maniera inconfondibile” la determinazione del popolo di esprimersi senza costrizioni, per una società più giusta.

 

Le donne elette in consiglio nel 1946 sono quattro su sessanta consiglieri. Sono i due partiti maggiori ad avere la rappresentanza femminile: due elette su 24 consiglieri per il Partito Comunista e sempre due su 19 per la Democrazia Cristiana: Ester Capponi, Pci, insegnante, nata nel 1890; Giovanna Gardini, Dc, maestra, nata nel 1892; Anna Serra, Dc, maestra, nata nel 1894; Vittorina Tarozzi, Pci, commessa, nata nel 1918.

 

Le prime tre appartengono alla generazione che vive la Resistenza in età matura, il loro livello di scolarizzazione e il bagaglio di esperienze garantisce una presenza solida e consapevole. Ester Capponi ha alle spalle una storia di attivista all'interno del sindacato magistrale nei primi anni venti, è costretta a lasciare l'insegnamento e a emigrare in Francia. Vittorina Tarozzi, nome di battaglia "Gianna", partigiana della brigata 63a Bolero Garibaldi è quella che rappresenta il nuovo, la generazione giovane che non ha conosciuto il periodo precedente il fascismo. Insieme si occupano di alloggi, assistenza all'infanzia, refezione scolastica e istituzione del patronato, prezzi al consumo, colonie estive per i bambini, costruzione di nuove scuole nelle periferie.

 

Sul finire del mandato, con l'irrigidirsi del confronto tra i blocchi a livello internazionale, assumono come proprio, in modo deciso, il tema della pace. Come rappresentanti delle donne bolognesi si rivolgono a tutto il consiglio perché "al di sopra di qualsiasi ideologia politica e fede religiosa" si esprima "la volontà di risparmiare un nuovo conflitto e nuove stragi".

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