Dopo la tragica perdita di sua figlia Giulia, Gino Cecchettin ha scelto di trasformare il dolore in un seme di cambiamento, dando vita alla Fondazione Giulia Cecchettin. Una realtà che nasce per parlare ai giovani, alle famiglie e alle istituzioni, con l'obiettivo di costruire una cultura basata sul rispetto e sull'amore, e non sul possesso.

Qual è la missione principale della Fondazione e qual è il primo messaggio che vorrebbe arrivasse ai ragazzi che oggi sentono parlare di Giulia?
La missione principale di Fondazione Giulia Cecchettin è affrontare la violenza di genere a 360°, non solo come fenomeno sociale ma come problema culturale, lavorando su più livelli: dalla sensibilizzazione alla prevenzione, dal supporto alle vittime alla promozione di politiche che favoriscano l’uguaglianza di genere. Non è solo educazione: è costruire una cultura in cui il rispetto reciproco sia il fondamento di ogni relazione umana, e dove la violenza non sia mai considerata una risposta possibile. A tutti i ragazzi che ho incontrato ho cercato di trasmettere questo messaggio: non esiste possesso in amore, esiste rispetto, e ogni relazione che non ha rispetto come base è già un rapporto sbagliato. Dobbiamo ripartire tutti da questo principio, perché il cambiamento parte dall’ascolto e dalla responsabilità di ciascuno.
Lei promuove un’educazione all'affettività che sia davvero inclusiva. Come si può sensibilizzare la società sulle forme di violenza più invisibili, come quelle che colpiscono le donne con disabilità, spesso meno ascoltate?
È fondamentale ricordare che alcuni aspetti della violenza di genere sono ancora più nascosti e difficili da riconoscere, come nel caso delle donne con disabilità. Gli studi mostrano che queste donne sono spesso esposte a rischi maggiori di abuso e discriminazione, perché più vulnerabili.
Per sensibilizzare la società su queste forme di violenza serve un approccio competente e integrato, che passi soprattutto dalla formazione di professionisti, operatori sociali e sanitari. Un’educazione all’affettività davvero inclusiva deve partire dal riconoscere che ogni esperienza è diversa e che dare voce a chi è ai margini è una parte essenziale della prevenzione e della giustizia

Guardando al futuro, quali sono i prossimi passi della Fondazione e qual è il traguardo che la renderebbe più orgoglioso, pensando all'eredità che Giulia ci ha lasciato?
Nei prossimi anni continueremo a rafforzare i nostri programmi educativi nelle scuole, coinvolgendo studenti, insegnanti, famiglie, e collaborando sempre di più con istituzioni e comunità per inserire l’educazione all’affettività come elemento stabile nei percorsi formativi.
Accanto a questo, intendiamo sviluppare ulteriormente la formazione anche nei luoghi di lavoro, perché il mondo professionale è uno spazio quotidiano fondamentale in cui promuovere una cultura del rispetto, riconoscere comportamenti inappropriati e prevenire dinamiche di violenza e discriminazione all’interno delle famiglie.
Allo stesso tempo, vogliamo ampliare il nostro intervento in ambiti strategici come il mondo dello sport, che ha un forte valore educativo soprattutto per le giovani generazioni, e nei contesti più complessi, come gli istituti penitenziari, dove crediamo sia fondamentale lavorare sulla consapevolezza e sul cambiamento culturale.
Il traguardo che dobbiamo porci, come eredità di Giulia e di tutte le vittime di femminicidio, è diventare una società che riconosca la violenza non come un fatto privato ma come un problema collettivo, da contrastare alla radice, prima di tutto attraverso l’educazione.

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