La solidarietà in tavola

Cucine popolari: il gusto dell’inclusività
Silvia Colombini

Bologna, città che da sempre detiene il primato della buona cucina, negli ultimi anni ha conquistato anche quello di una cucina buona, ma buona davvero: quella delle Cucine Popolari. Nate nel 2015 da un’idea dell’Organizzazione di volontariato civico Civibo Odv, rappresentano oggi una realtà importante. Aperte in quattro quartieri cittadini (Navile, San Donato, Porto-Saragozza e Savena), sono luoghi dove le persone in difficoltà trovano non solo tavole apparecchiate con dignità e calore, ma anche uno spazio per socializzare, fare amicizia e costruire nuove relazioni. Chiediamo a due dei fondatori, Roberto Morgantini ed Elvira Segreto, come funziona il loro splendido progetto.

Locandina delle Cucine Popolari

Qual è la vostra filosofia?

 

Le Cucine sono nate da un sogno che coltivavamo da anni con Elvira e che, grazie al contributo umano dei tanti volontari ed economico da parte delle tante realtà produttive del territorio, siamo riusciti a realizzare. Oggi rappresentano un esempio di accoglienza e inclusione unico, a quanto pare, su tutto il territorio nazionale. La novità, che è la nostra vera forza e la nostra autentica identità, rispetto ad altri sistemi di solidarietà e sostegno, è nella modalità. Abbiamo superato la dimensione caritatevole: noi ci sforziamo di non farli sentire poveri o “diversi”, di non far passare esclusivamente i gesti dell’altruismo alle nostre tavole, quanto piuttosto il sentimento dell’inclusione. Da noi si viene a casa di amici, dove durante il pasto è possibile scambiare due parole e costruire relazioni. Ospiti e volontari si chiamano per nome e la magia è proprio questa: il cibo è solo il pretesto per fare rete attorno al problema, ahimè ancora molto attivo in città, della povertà e spesso della solitudine.

 

Dal 2015 è cambiata la platea degli ospiti?
 

Soprattutto con il Covid, alle fasce sociali che usufruivano del nostro sostegno, senza fissa dimora, disoccupati con età non più spendibile sul mercato del lavoro, pensionati che percepiscono indennità minime e anziani soli, si sono aggiunti i nuovi poveri generati proprio dal Covid. Abbiamo dovuto inventarci il modo per far fronte all’aumento delle richieste, il tutto aggravato dalle restrizioni. Il Covid ci ha costretti alla formula dell’asporto. Questo ha sottratto ai nostri ospiti e ai volontari un aspetto non secondario che è quello della socialità durante i pasti. Oggi i nostri spazi, progressivamente, stanno tornando a riempirsi di quella luce originaria che ci ha fatto iniziare. È stato grazie ai volontari se siamo riusciti ad affrontare mesi difficili, parallelamente alla straordinaria solidarietà che questa città sa regalare.

Volontari allestiscono i tavoli alle Cucine Popolari - Bologna

Bologna è una città inclusiva?

 

Devo ammettere che anche questa città sembra essersi un po’ distratta da quel suo sentimento solidale e accogliente che da sempre la contraddistingue. Si avverte un’aumentata diffidenza, una sfiducia nei confronti dei più fragili, una sorta di paura dei poveri. Questo clima è senz’altro alimentato da una situazione politica e sociale mondiale che, attraverso i media, dà la sensazione di una privazione di umanità, di una perdita di valori e di valore dell’esistenza. Ma la città delle torri rimane ancora un luogo formidabile di progettualità e inclusione, di opportunità e accoglienza. Sono tanti i cittadini che ci contattano per contribuire al nostro lavoro.

 

Quali sono i progetti per il futuro?

 

La gente delle nostre Cucine emana una carica emotiva così intensa che quotidianamente aggiunge emozioni irripetibili alla nostra esperienza di solidarietà.

 

Ad oggi, con non poche difficoltà, siamo operativi in quattro quartieri, segno che i dati sulle condizioni della povertà e dell’emarginazione in città sono in crescita. Noi contiamo di controbilanciare questo fenomeno attraverso l’incremento delle nostre attività negli altri quartieri di Bologna. Questa eventualità richiede investimenti importanti. Ma la nostra vera ambizione è avere le condizioni per “chiuderle tutte”. Significherebbe che nessuno è rimasto indietro, che la povertà è stata sconfitta con il lavoro, con un’abitazione, insomma con la dignità per tutti. Ma questa aspirazione vogliamo venga offerta dalla società e non imposta.Logo delle Cucine Popolari

 

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