12mila chilometri di felicità

Intervista a Davide Valacchi che ha voluto la bicicletta e pedala, ma pedala sul serio
Silvia Colombini

Già, perché Davide, poco più che trentenne, non vedente, laureato in psicologia, ha deciso di coniugare l’analisi della mente con quella del corpo. In fondo, è un po' questo il significato del viaggio, un percorso di conoscenza non solo di nuovi luoghi, ma anche di nuovi sé. Così è partito nel 2019 per un viaggio in tandem da Roma al Kazakistan, attraversando 12 paesi e percorrendo dodicimila chilometri. A questo viaggio ne sono seguiti altri: l’Africa, e poi l’impegno con la Fondazione Silvia Parente Onlus di Bologna nella quale si occupa di escursionismo a piedi e, ovviamente, in bicicletta.

 

Psicologia e sport, quali le similitudini e quali le differenze?

 

“Stancare il corpo per riposare la mente”. Ho constatato che lo sport, in particolare se praticato all’aria aperta e in compagnia, ha un sorprendente effetto terapeutico anche sulle questioni dell’anima. L’atto di fare fatica, di mettersi alla prova fisicamente, distoglie da certi pensieri ed emozioni sui quali magari c’è stata una sorta di fissazione con relativa incapacità di venirne a capo. Ecco, lo sport certamente non risolve quei problemi, però pone la mente in uno stato più favorevole alla loro gestione, soprattutto se associato al contatto con la natura e al viaggiare. L’atto di esplorare, che sia un luogo dietro casa o lontano migliaia di chilometri, e di farlo al fianco di qualcuno che viene a sua volta scoperto nel suo carattere e nella sua personalità, è un qualcosa di complesso e articolato che fa sentire più vivi e partecipi della realtà. Viaggiare in tandem mi ha fatto uscire dalla zona di comfort, costringendomi a cimentarmi in attività che prima reputavo quasi impossibili. Mentre pedalavo solcando gli altipiani dell’Asia centrale, inerpicandomi sulle salite dell’Atlante in Marocco o attraverso le immense distese del deserto mauritano o della giungla guineana, stentavo a credere di essere lì, immerso in un’avventura che avevo da sempre sognato. Una gran parte del merito era senza dubbio riferita ai miei compagni di viaggio: Michele e Samuele nella pedalata dall’Italia al Kazakistan, Antonio e Riccardo in quella dall’Italia alla Costa d’Avorio. Compagni di viaggio, piloti del tandem, ma soprattutto amici.

 

La tua disabilità visiva cosa ha significato per le tue passioni?

 

Credo che la cecità mi abbia permesso di scoprire un mondo nuovo nel quale probabilmente non mi sarei mai immerso se avessi visto. È strano pensare che chi guida il tandem non vede me, quindi sperimenta una situazione in qualche modo simile a quella che vivo io, quando interagisco con qualcun altro. Una condizione paragonabile a quella del contesto psicanalitico, nel quale il paziente giace sul lettino per non avere un contatto visivo diretto con il terapeuta.

Arrivo a Dakhla - Sahara Occidentale

Cosa consiglieresti a un ragazzo con disabilità visiva che si vuole avvicinare al ciclismo?

 

Prima di tutto di capire se vuole farlo da un punto di vista competitivo o puramente ricreativo. L’andare in bicicletta è soprattutto un piacere, il vivere un’esperienza che immerge nell’ambiente e che, a mio modo di vedere le cose, colma una parte del vuoto lasciato dalla mancanza della vista.Chiunque viva a Bologna oppure abbia voglia di raggiungerla, può provare l’esperienza di andare in tandem contattando l’associazione per cui lavoro, cioè la Fondazione per lo sport Silvia Parente, anche una persona vedente può contattarci per unirsi alle nostre escursioni con la propria bicicletta, oppure per iscriversi ad uno dei corsi per piloti di tandem che organizziamo annualmente.

 

 

 

Di cosa parliamo quando parliamo di inclusione?

 

Significa rendere accessibili a tutti delle esperienze o delle possibilità generalmente riservate solo ad una parte della popolazione. Ad esempio organizzare delle escursioni a piedi oppure in bicicletta in modo tale che siano fruibili anche da persone con disabilità significa fare inclusione. Credo però che questo sia soltanto il primo step, si può fare molto di più. Un livello superiore di inclusione credo si raggiunga quando, durante queste attività, le persone con disabilità non siano viste solo come qualcuno da aiutare o da assistere, ma normali partecipanti. Abbiamo provato a incentivare questa visione nelle attività della Fondazione per lo sport Silvia Parente qualche anno fa, quando abbiamo deciso di proporre quote di partecipazione alle nostre escursioni uguali per tutti, senza distinzioni tra vedenti e non vedenti.che organizziamo annualmente.

Tempesta di sabbia - Mauritania

Progetti per il futuro?

 

Ho in programma di continuare a viaggiare, la prossima volta mi piacerebbe farlo con la mia compagna, insieme alla quale non ho mai viaggiato in tandem. Sto allo stesso tempo cercando di pianificare nuove attività inclusive, e per l’anno prossimo ho in mente di organizzare un viaggio di gruppo in tandem e un cammino, entrambi della durata di una settimana. Come psicologo, mi sto concentrando di più sull’attività clinica classica, che avevo un po’ messo da parte negli ultimi anni e magari inizierò anche a propormi su qualche piattaforma online.

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