“Bologna è la città più bella d'Italia, se non del mondo. In quel momento, io ne ero convinto. È stata la mia città per sette anni, dal 1936 al 1943, e sono stati gli anni più belli della mia vita”. Con queste parole pronunciate in una celebre intervista a Enzo Biagi, Pier Paolo Pasolini racconta il legame con la città dove è nato il 5 marzo del 1922, trascorrendo una breve e felice stagione della sua vita. Al Liceo Galvani e poi all’Università, sotto la guida di Roberto Longhi, innovativo professore di storia dell’arte, Pier Paolo impara a leggere la realtà come se fosse un quadro. È tra i banchi dell'ateneo bolognese che avviene la sua vera iniziazione visiva: Longhi gli insegna a rintracciare la sacralità nei volti popolari, a osservare la luce non come un fenomeno fisico, ma come una forza narrativa. Pasolini impara a leggere il mondo attraverso i sensi, una lezione che traslerà anni dopo dalla critica d’arte alla pellicola cinematografica, portando nei suoi film la stessa solennità dei pittori del Trecento e Quattrocento emiliano. Bologna per lui non è solo un luogo geografico, ma un orizzonte mentale.
È la città dove, negli anni Cinquanta, torna idealmente per fondare la rivista Officina insieme a Francesco Leonetti e Roberto Roversi, iniziando a maturare quel pensiero critico e corsaro che lo porterà a denunciare l’omologazione del consumismo. Questa città, con le sue osterie e i suoi dibattiti accesi, è stata il laboratorio della sua poetica intellettuale. La recente mostra presso il Cinema Modernissimo “Pasolini. Anatomia di un omicidio” che si è conclusa l’8 febbraio, ha celebrato questo legame profondo. Scendere nelle sale sotterranee del cinema ha significato per i visitatori immergersi in una dimensione atemporale. L’esposizione non ha solo documentato la fine tragica del poeta, ma attraverso scatti rari, manoscritti e frammenti di pellicola ha ricostruito il Pasolini bolognese: il giovane sportivo che giocava a calcio nei prati di periferia e lungo gli argini del Reno (un’altra sua grande passione nata qui) e l’intellettuale che discuteva di estetica nei caffè del centro, portando sempre con sé quel misto di timidezza e audacia. Il legame con la Cineteca di Bologna, che oggi
cura il "Fondo Pasolini", rappresenta il coronamento di questo rapporto. La Cineteca è diventata negli anni la casa della sua eredità filmica: è grazie a questo impegno costante di restauro, ricerca e conservazione che la sua capacità di vedere la bellezza dove altri vedevano solo degrado continua a essere accessibile alle nuove generazioni. Ogni volta che una sua pellicola torna a splendere sul grande schermo in Piazza Maggiore, Bologna rinnova il suo patto di fedeltà con il poeta. Ma cosa rimane oggi di Pasolini a Bologna? Oltre alle targhe commemorative, una in via Borgonuovo 4 dove è nato e l’altra in via Nosadella 48 nella casa dove visse con la famiglia proprio negli anni felici, resta qualcosa di più immateriale e forte: l’invito a non essere mai spettatori passivi della realtà. Pasolini ci ha insegnato che vedere non significa registrare un’immagine con gli occhi, ma interpretarla con il cuore e la ragione e, se necessario, con il dissenso. La sua morte, avvenuta cinquant'anni fa, non ha spento la forza delle sue profezie, che oggi risuonano più attuali che mai. Bologna, dove tutto è cominciato e dove il suo pensiero si è nutrito di libertà, ha oggi il compito non solo di ricordarlo con affetto, ma di recuperare quella dimensione umana e civile che Pasolini tanto amava della sua città. Restituire a Bologna il ruolo di officina del pensiero critico è, forse, il modo migliore per dire grazie a quel ragazzo che, dai portici del Galvani, ha rivoluzionato la cultura del Novecento.





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