Il baseball nasce negli Stati Uniti nei primi decenni dell'Ottocento, viene formalizzato nel 1845 dal Knickerbocker Club di New York, e arriva in Italia negli anni Quaranta con le truppe americane. Per i non vedenti diventa realtà a metà degli anni Novanta, grazie all'intuizione di due ex giocatori della Fortitudo Bologna: Alfredo Meli e Umberto Calzolari. Furono loro a chiedersi se i non vedenti potessero non solo praticare uno sport, ma goderne la dimensione atletica e competitiva. La risposta la costruirono letteralmente: una palla cava con sei fori in superficie e due sonagli in ottone nichelato all'interno, capace di essere localizzata con l'udito durante il volo e il rimbalzo.
Nacque così, nei campi di Casalecchio prima e di Castel Debole poi, il Baseball per Ciechi italiano, e con esso l'AIBXC, l'Associazione Italiana Baseball per Ciechi. Il gioco conserva la struttura del baseball classico ma la adatta con precisione. Le squadre sono composte da cinque giocatori non vedenti e un difensore vedente. In fase d'attacco, due giocatori vedenti fungono da suggeritori: uno posizionato dietro la casa base, il piatto a terra che il battitore deve toccare per segnare un punto, l'altro in terza base. La battuta è valida solo se la palla rimbalza almeno una volta prima del cordino teso tra la seconda base difensiva e la linea di foul, il confine laterale oltre il quale la palla non è in gioco. Al battitore sono concessi tre tentativi: al terzo strike è eliminato. I corridori possono lasciare la base soltanto dopo che l'arbitro ha gridato "Buona", e le eliminazioni avvengono quando la palla giunge al difensore vedente prima che il corridore tocchi il cuscino. Ogni rimbalzo, ogni fruscio nell'aria, ogni grido dell'arbitro diventa un dato di gioco. Ho incontrato questo sport intorno ai quindici anni, durante una gita organizzata dall'Istituto Francesco Cavazza ai Parchi dei Gessi. Alcuni rappresentanti dell'AIBXC vennero a farci provare i fondamentali sul campo: la corsa tra le basi, il tiro con la pallina sonora, qualche battuta. Ero arrivato in Italia nel 2008, a dodici anni, da un villaggio nei pressi di Asmara, in Eritrea, dove correre e giocare all'aperto era la vita quotidiana. Fino ad allora avevo visto, e il ricordo muscolare del movimento, come si corre, come si impugna una mazza, come si coordina il corpo nello spazio, era ancora nitido. Gli allenatori si sorpresero della naturalezza con cui mi muovevo. Per me fu un ritorno a qualcosa che avevo lasciato indietro. Dal 2012 gioco regolarmente con i Bologna Fortitudo White Sox. Nel logo sulla nostra divisa c'è un'immagine stilizzata di una mia battuta: un dettaglio che dice qualcosa su cosa significa questo sport per chi lo pratica. Il baseball per ciechi non è una versione ridotta di qualcosa d'altro. È una disciplina completa, con la sua tecnica, la sua tattica, la sua esigenza di concentrazione e di fiducia nei compagni. Oltre alla scuola, è stato il luogo principale di socializzazione in questa città. La squadra, il campo, gli allenamenti, il rituale collettivo delle partite. Non un adattamento al margine, ma un modo di abitare lo spazio con piena partecipazione atletica.





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