Spesso pensiamo alla filosofia come a un’astrazione lontana dalle fragilità del corpo, eppure l’interrogativo su cosa sia l’umano non può prescindere dal limite. Per decenni la cultura occidentale ha inseguito l’idolo di un soggetto autosufficiente; oggi, grazie a studiosi come Roberto Brigati (ordinario al Dipartimento di Filosofia di Unibo), assistiamo a un cambio di paradigma: la vulnerabilità non è più un difetto, ma una lente per osservare la realtà. In un mondo che esige performance costanti, riscoprire il nostro essere fragili diventa, forse, una rivoluzione etica.
Il pensiero filosofico può aiutarci a evolvere verso un modello relazionale in cui non ci limitiamo a includere l’altro, ma impariamo a riconoscerci in lui?
Come tento di praticarla io, la filosofia ha due momenti: uno in cui impara dalla vita, anziché normare la vita, o insegnare come si vive, e uno successivo in cui riflette e ripropone. Non c’è una verità filosofica: c’è una verità della vita che la filosofia può aiutare a dispiegare. Su questa strada negli ultimi decenni la filosofia si è trovata fra le mani oggetti inaspettati, come la marginalità, la crisi climatica, la sessualità non binaria, la diversità neurologica, gli animali non umani, il corpo e le sue imperfezioni, il lutto, la vecchiaia, la disabilità. Tutti oggetti che sembravano “impensabili”, perché indegni di essere pensati, o relegati al discorso patologico o filantropico. Cosa può fare la filosofia? Da un lato decostruire abiti mentali e aiutare a disimparare atteggiamenti sciovinisti, dall’altro dare dignità a queste alterità, reinterpretarle non come “carenze di”, ma come vite intere, mondi a pieno titolo, alcuni dei quali, per inciso, noi stessi abitiamo già o abiteremo in futuro. Dovremmo imparare tutto quanto possibile dalla diversità. Altrimenti ci troveremo un giorno d’improvviso vecchi, o malati, o emarginati, e lo vivremo come un crollo, perché abbiamo ignorato le risorse che poteva offrirci chi malato o emarginato lo era già. Un antropologo brasiliano, Viveiros de Castro, dice che quando viene la fine del mondo bisogna far tesoro del sapere di chi ha già visto lo sfacelo del proprio mondo, come gli indigeni dell’Amazzonia.
Quale nuova definizione di autonomia può offrirci la filosofia per valorizzare la dignità della persona senza negarne la necessità di cura?
Penso l’autonomia come la capacità di attribuire significato a qualcosa, un oggetto, un sentimento, un rito, e di vedersi riconosciuta questa capacità da chi ci sta intorno. Il significato non lo riceviamo interamente dall’esterno (il che sarebbe eteronomia), e in questo c’è un nostro elemento di libertà, di spontaneità, ma il riconoscimento dobbiamo negoziarlo con la comunità, perché non serve a nulla poter parlare se nessuno ascolta. È questo secondo aspetto che differenzia un diritto formale (l’uguaglianza di fronte alla legge) da un diritto reale (l’uguale possibilità di incidere, di avere un ruolo nella coscienza pubblica). Autonomia è avere titolo al riconoscimento, e proprio per questo non è autosufficienza, non è autarchia. Nessun vivente è autosufficiente: vivere significa avere scambi col proprio ambiente, significa sia passività sia attività. Per essere liberi bisogna ammettere di non esserlo totalmente. È il primo passo per riconoscere che ognuno ha bisogno di cura, che vuol dire anche bisogno di prendersi cura, di qualcosa o di qualcuno.
C’è una parola che dovremmo smettere di usare e una che dovremmo invece iniziare a usare da domani?
Georges Perec sognava di usare prima o poi nei suoi romanzi tutte le parole del vocabolario. Non credo che ci siano parole da cancellare, dobbiamo conoscerle tutte, conoscerne la storia e comprenderne i pericoli, e allora potremo anche rallegrarci di avere superato certe parole tossiche. Le parole si possono superare, ma è bene ricordarle, per sapere come siamo arrivati qui.





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