Il diritto alla verità

La memoria come bussola civile: dialogo con Paolo Bolognesi
Silvia Colombini

Ex presidente dell'Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980, Paolo Bolognesi non è solo la voce di chi ha vissuto il trauma di quel giorno, ma è un testimone di una ricerca della verità che ha trasformato il dolore in impegno civico costante. Con lui esploriamo l'evoluzione del concetto di giustizia e l'importanza della trasparenza istituzionale, pilastro fondamentale di ogni democrazia che voglia dirsi compiuta.

Paolo Bolognesi con alle spalle la lapide commemorativa delle vittime della strage di Bologna - Bologna

È difficile mantenere viva una memoria collettiva che sia costruttiva?

La ricerca della verità e il mantenimento della memoria è stato uno dei motivi per cui abbiamo costituito l’Associazione. Il discorso fondamentale è memoria e conoscenza. La memoria deve essere una costante da rinnovare, anche per i giovani. Ricordare quello che è successo, i retroscena, la verità completa sulla strage è stata un’operazione che siamo riusciti a fare dopo 45 anni, un percorso lungo il quale tanta gente ci ha seguiti, in questa città e anche fuori. Dal rapporto con i soccorritori agli artisti che si sono avvicinati a noi, questo fatto della memoria è diventato un coro non solo di una città, ma anche di un Paese. Quando si innesca un meccanismo così, non sai dove puoi arrivare: io ho fatto delle interviste per giornali giapponesi dei quali ignoravo l’esistenza. Se tu riesci a mettere in piedi questo discorso virtuoso, le possibilità diventano infinite.

Guardando al sistema giudiziario attuale, quale ritiene sia il suo stato di salute?

Non è bello. Può essere un giusto processo quello che non riconosce il diritto delle vittime? Ora io comprendo benissimo che si debba fare in modo che il possibile colpevole venga difeso al meglio e venga assolto se non c’è l’accertamento della verità totale, ma anche nell’ambito di un delitto in generale, spesso le vittime, parenti di chi è stato ucciso, si trovano a vivere un ergastolo vero. Per quanto riguarda il terrorismo, quando va bene ha dietro una motivazione politica, quando non va bene killer a pagamento. Quelli che avevamo noi, i nostri aguzzini, erano persone che sono state pagate e questa è una cosa clamorosa. Abbiamo scoperchiato i retroscena e le responsabilità politiche, hanno nominato i servizi segreti, hanno avuto condotte opache e nonostante questo non siamo riusciti a intervenire. Un po' perché alcuni sono morti, un po' perché alcuni documenti non li abbiamo avuti: è stata una lotta molto dura e i depistaggi sono stati tanti. Depistaggio era un vocabolo giornalistico, ma quando sono stato deputato ho fatto in modo che diventasse un reato, perché è l’arma di distruzione dei vari processi che riguardano queste cose e averlo fatto diventare un reato è una chiave di volta per aiutare i giudici ad andare avanti.

Il cittadino ha gli strumenti per comprendere la complessità della macchina giudiziaria o c'è il rischio di un distacco definitivo tra palazzo e società civile?

Bisogna capire cosa intendiamo per palazzo, perché i giudici non sono dentro un palazzo, ma fanno parte anche loro della società civile. Se il palazzo non gli dà gli strumenti per

applicare la legge, non hanno neanche i cancellieri, diventano anche loro vittime di un meccanismo assurdo. Passano mesi, anni prima di un’udienza. Certo, se c’è qualcuno in prigione i tempi processuali sono un po' più celeri, ma il governo che c’è adesso ha messo in piedi decine di reati in più senza aggiungere più personale. Mancano poliziotti, giudici, cancellieri. In questo modo si è intasata la macchina processuale. C’è un peso maggiore nelle aule giudiziarie e manca il personale necessario.

Dopo decenni di battaglie, qual è l'eredità più importante che vorrebbe lasciare alle nuove generazioni?

Stele commemorativa delle vittime della strage di Bologna -  Stazione di BolognaAdesso le nuove generazioni hanno a disposizione tutte le sentenze passate in giudicato che spiegano tutti i retroscena della strage di Bologna. La strage è stata ideata e finanziata dalla Loggia Massonica P2, un potere che aveva al suo interno tutti i vertici della sicurezza italiana. È stata eseguita da terroristi fascisti e non solo i NAR, ma tutte le sigle eversive che c‘erano allora: Avanguardia nazionale, Terza posizione… A Bologna c’erano tutti a fare questa operazione che è stata protetta ed aiutata dai servizi segreti italiani. Questo è il quadro che noi lasciamo ai giovani, con sentenza passata in giudicato. Nel 2025 ci sono state due sentenze che hanno determinato questo. Dunque, con la tecnologia che hanno a disposizione possono documentarsi facilmente e recuperare tutti i materiali. L’anno dopo la strage abbiamo fondato l’Associazione e abbiamo cominciato subito a raccogliere i documenti, ma ci siamo accorti che era una mole impressionante per persone che non facevano quel mestiere. Solo l’istruttoria, non il processo, erano più di trecentomila pagine scritte in un linguaggio giuridico molto complesso. Così abbiamo organizzato un meccanismo artigianale. Io ero un ragioniere che veniva dal mondo delle cooperative dove a quel tempo, nel 1980, cominciavamo a usare i primi computer per organizzare la contabilità. Prendemmo un computer e lo programmammo ad hoc, insieme agli avvocati e ai giudici, per inserire e immagazzinare tutti i dati e la documentazione, anche se nel tempo la nostra conoscenza del caso aumentava e nel 2020 è stata tutta digitalizzata. In questo modo gli atti del processo si potevano trovare e leggere con più facilità. Ma anche se avessimo avuto l’intelligenza artificiale, io credo che niente possa sostituire il cervello umano, è inarrivabile per comprendere il percorso storico di un evento complesso come questo.

 

 

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