Ennio Morricone

Con il suo lavoro Tornatore racconta, oltre il grande musicista, l’uomo che “probabilmente dovette misurarsi per tutta la vita con sentimenti che lo prostrarono e che lo obbligarono a crescere costantemente per riuscire a fronteggiarli”
Enzo Vignoli

Con questa sua ultima fatica, Giuseppe Tornatore è riuscito nel piccolo miracolo di appassionare un vasto pubblico limitando le concessioni che, in questi casi, vengono spesso fatte alle esigenze di cassetta. Ovviamente, uno scontato aiuto l’ha ricevuto dall’apporto di Ennio Morricone, presenza assoluta e ingombrante che sembra quasi confessarsi davanti ad un’entità indecifrabile attraverso una lunga intervista al cineasta. Tanto da poter dare l’impressione che Tornatore si sia limitato a fare opera d’assemblaggio del cospicuo materiale a sua disposizione. Oltre alle parole raccolte direttamente dal musicista, il documentario offre una carrellata ininterrotta di flash, di ricordi, di testimonianze degli innumerevoli personaggi dello spettacolo con cui il musicista collaborò o forse che con lui collaborarono.

Chiave di lettura principale del documentario è, infatti, una sorta di sudditanza che la genialità del musicista impose necessariamente a chi si trovò ad avere a che fare con le sue musiche. Morricone probabilmente dovette misurarsi per tutta la sua vita con il peso enorme impostogli da sentimenti che lo prostrarono e che lo obbligarono a crescere costantemente per riuscire a fronteggiarli. Umiliazione, rivincita e necessità di abbattere il senso di colpevolezza che lo dilaniava sono i sentimenti da lui stesso confessati col cuore in mano.

Locandina del film "Ennio"Uomo del Novecento, figlio della grande cultura musicale, allievo di Goffredo Petrassi, studioso e senza alcun dubbio conoscitore profondo della Storia della Musica, Morricone si trovò forse a mettere in discussione quanto in quel mondo stava accadendo. Probabilmente a non essere in grado di capire quale dovesse essere il suo posto e, di conseguenza, a porsi la cruciale domanda: che fare?

Di qui quell’umiliazione, il probabile senso d’impotenza e frustrazione dell’uomo colto che si trovò costretto a mettere in gioco la propria essenza, a rinnegare di sé proprio l’essere una persona colta, forse a chiedersi addirittura che senso, quale valore poter dare alla parola cultura. Dovette verosimilmente scegliere fra un accademismo che non sembrava poter promettere vie d’uscita e un percorso che comportava i rischi della banalità, quello del mondo dello spettacolo, cui ci si doveva inchinare accettando forti compromessi e la rinuncia alla propria originalità.

Non abbandonò mai del tutto la prima strada, anche se la Storia difficilmente lo ricorderà per questo. Scelse, però, la seconda, alla ricerca dell’araba fenice, di una terza via (spesso trovata) in cui riuscisse a prevalere su quanto di deteriore il mondo della musica

leggera prescriveva e prescrive largamente a protagonisti di scarso o nessun valore. L’unico e facile compito di questi ultimi è d’ipnotizzare il fruitore finale di questo meccanismo, il pubblico. Ma soprattutto doveva inventarsi un gioco che fosse lui stesso a condurre e a imporre a quanti si trovavano sul suo cammino. In tutto questo tortuoso processo rischiava, magari non volendolo, di entrare – come in effetti accadde – nel cuore di tanti, o di entrarvi dalla porta sbagliata. Mi torna alla mente il tremore esistenziale e culturale – tra il faceto e lo spocchioso – di Claude Debussy (1862 – 1918) che in almeno una circostanza espresse il timore di avere scritto una porcheria, dato il successo che le sue musiche stavano riscuotendo presso il pubblico.

A sentire la raffica ininterrotta di giudizi entusiasti provenienti da quanti si trovarono sul suo cammino, sembrerebbe di poter dire che Ennio Morricone sia riuscito a realizzare pienamente i fini che si era proposti, il cui raggiungimento era essenziale per la sua stessa integrità.

Oltre 500 sono le sue colonne sonore (si colgono bene, dunque, le cause dell’umiliazione e della conseguente sfida, perché i compositori di musiche da film sono chiamati a scrivere non musiche autonome, che stiano in piedi da sole, ma musiche d’atmosfera, in ottemperanza ai desiderata dei registi: temi di contorno, che sottolineino e confermino quanto appare sullo schermo, tuttalpiù leitmotiv che richiamino i protagonisti dei film). Morricone, al contrario, seppe imporre la sua volontà artistica a registi come Sergio Leone, riuscì a rendersi indispensabile a Quentin Tarantino, che si lasciò andare a spericolate (e, probabilmente, sincere) lodi del musicista, da lui considerato il più grande di tutti i tempi. Fatte le debite proporzioni e mutatis mutandis, mi torna in mente una battuta detta da Massimo Troisi, che disse di aver girato i suoi film per le musiche di Pino Daniele.

Ennio MorriconeMa Morricone operò largamente anche al di fuori del cinema, componendo canzoni rimaste nella memoria collettiva o anche solo colorandone altre con orchestrazioni e arrangiamenti che fecero la fortuna e decretarono il successo di temi musicali altrimenti trascurabili.

Morricone aveva un’attitudine contraddittoria nei confronti della melodia, che affermava di non amare e di non ricercare. Eppure, quanti temi memorabili è riuscito a tirare fuori, quante musiche di cui molti, probabilmente, ignorano che sia stato lui il compositore! Nel documentario lo si sente affermare di ritenere che tutte le possibili combinazioni siano state esaurite. Da una parte, musica leggera deleteria, festivaliera, italiana e internazionale. Dall’altra, la musica colta, la cosiddetta musica classica contemporanea che si trova a fare i conti con analoghe limitazioni e impossibilità di andare oltre, a meno che quell’oltre non implichi un ripiegamento e una rivisitazione di stilemi provenienti da un mondo passato, che passato non risulta essere. Questo il quadro generale che si presentava al musicista Ennio Morricone.

Il ritmo del film è incalzante e non lascia respiro. Quasi ad impedire una riflessione compiuta sull’uomo e sul musicista Morricone. Se gli iperbolici apprezzamenti di Tarantino (che vede Morricone più grande di Bach, Mozart, Beethoven) sono improponibili, è forse possibile azzardare un parziale paragone con la figura di Wagner (1813 – 1883), che ipnotizzò un esercito di sostenitori con la sua arte totale, l’aspirazione a fondere tutte le forme artistiche in un progetto unitario: cosa che riuscì a fare “con forza sublime” e che lo preservò dall’essere il pur più grande “dilettante“ della musica, a seguire il giudizio di Thomas Mann mediato da Friedrich Nietzsche.

Allora, forse, quella sequenza ininterrotta di plausi incondizionati che sprizza fuori incontenibile dal documentario di Tornatore, è una forma liberatoria, lo sfogo entusiasta di chi si sente affrancato dalla necessità di un (pre) giudizio critico o della falsa accettazione della assurda melassa contemporanea che avvelena gli schermi televisivi o le arene calcistiche, con marionette grottesche utili per condurre analisi sociologiche o antropologiche, ma musicalmente inesistenti.

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