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A volte si possono fare suggestivi, bellissimi viaggi nella storia percorrendo solo poche decine di chilometri. Ci si può trovare inaspettatamente in rarefatte atmosfere quasi fuori del tempo solo superando qualche tornante di strada tagliata nel bosco. C'è modo di imbattersi in qualcuno che, indicando una ben conservata casa di sasso dalle finestrelle squadrate, sormontate da uno stemma scolpito nella pietra, ti dice: questa è la casa e quello è lo stemma di Castruccio Castracani. L'immaginazione non serve: basta la realtà che ci circonda. Un viaggio di questo genere lo si può intraprendere partendo da Bologna e percorrendo la statale Porrettana, fino al piccolo centro di Ponte della Venturina. Già in questo primo tratto numerosissimi sono i motivi d'interesse storico, paesaggistico, artistico. Ma noi vogliamo andare alla scoperta di un minuscolo borgo arroccato sulla montagna, seguendo un itinerario che si svolge in un grandioso scenario appenninico, in una Toscana che fa da scrigno alla storia. Ecco allora che da Ponte della Venturina - il paese sorto in corrispondenza dell'antico limite amministrativo fra Stato della Chiesa e Granducato di Toscana, e oggi punto di confine fra Emilia e Toscana - voltiamo a destra, addentrandoci nella verdissima e severa valle ove scorre il Reno e percorrendo per una dozzina di chilometri la traversa che porta a Pracchia: piccoli, quasi immutati borghi medioevali punteggiano i versanti dei monti, coperti di fittissimi boschi. Superato il Passo dell'Oppio (circa 800 m.) si inizia a scendere verso il ridente paese di S. Marcello Pistoiese, frequentato centro di villeggiatura. Ma prima di raggiungerlo conviene deviare brevemente a destra, per una visita a Gavinana, dove un piccolo ma curato museo è dedicato alla storica battaglia in cui perì Francesco Ferrucci (ricordate? Vile, tu uccidi un uomo morto!). Torniamo a scendere: lo scenario si apre. Sui colli intorno si scorgono altri borghi antichi, facilmente raggiungibili, mentre, arrivati in fondovalle, in località La Lima, si supera l'omonimo torrente. Per chi vuole provare un'emozione avventurosa c'è, a poche centinaia di metri, un famoso ponte sospeso, una struttura che, sostenuta solo da cavi d'acciaio, attraversa la valle ed è transitabile, a piedi, in pochi minuti. La nostra meta è al di là della Lima, lungo la strada che porta a Bagni di Lucca. Con modeste deviazioni, ora sul versante destro ora sul versante sinistro della valle della Lima, si possono conquistare i borghi, che dal medioevo od oggi poco sono mutati: Piteglio, Popiglio, Lucchio. E poi si arriva al delizioso Vico Pancellorum, il paese che deve il suo immutato nome - a quanto si dice - all'antica famiglia dei signori del luogo: i Pancelli, o Panciatici. Ci accoglie, dopo alcuni tornanti di strada asfaltata e panoramica che si snoda fra il bosco, la pieve romanica di S. Paolo, dell'XI secolo, con l'armonia delle sue linee e la semplicità incorrotta del suo interno. Fino agli anni '70 qui nel vasto piazzale antistante la pieve si doveva lasciare l'auto perché non c'era strada rotabile per il paese, inerpicato più in alto, sul monte. La veduta è stupenda: dalla Fortezza e dalla Penna di Lucchio, fino giù alla Controneria nella media valle del Serchio, di cui si scorge il monte Bargiglio col rudere della Fortezza medioevale di Mozzano. Di Vico Pancellorum si hanno notizie fino da prima dell'anno Mille; già dal 1261 godeva del raro privilegio della cittadinanza, e nel secolo XIV faceva parte dei possedimenti di Luporo Lupari, uno dei principali ghibellini che nel 1314 contribuirono al famoso sacco di Lucca; fu sede, nei secoli XIII, XIV e XV, dei Vicari della Val di Lima e di questo periodo restano, ben conservati, il Palazzo dei Vicari e le Prigioni, proprio di fronte alla porta che immette nella cittadella fortificata. Lungo le ripide, tortuose stradine si affacciano case e palazzetti antichi ingentiliti dai fiori, minuscoli giardini e mini-piazze con fontane plurisecolari, in una quiete profumata dai boschi circostanti. È un viaggio nel tempo e nella storia che riserva emozioni inattese. |
Paola Rubbi