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I ponti della storia di Paola Emilia Rubbi Gioielli architettonici testimoni di un passato leggendario.
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Lasciamo perdere Venezia,
che, quanto a ponti antichi, storici e fascinosi, noti in tutto il mondo,
è strapiena; mettiamo da parte anche il fiorentino Ponte Vecchio,
e il ligneo cantatissimo Ponte di Bassano, mete turistiche incondizionate.
Andiamo, invece, a cercare ponti che, quanto ad antichità ed
a storia, nulla hanno da invidiare ai loro arcinoti “fratelli”,
ma che, per la loro collocazione in centri appenninici un po’
appartati, sono sconosciuti ai più. Una vera ingiustizia, perché
il Ponte Gobbo, o Ponte del Diavolo, costruito sul fiume Trebbia, nel
piacentino, è una delle affascinanti sorprese storico-architettoniche
che Bobbio riserva ai visitatori. Bobbio si chiamava Ebovium, ed era
un piccolo centro quando, nel 614, Colombano, frate irlandese, in odore
di santità, venne a costruirci il primo nucleo di quello che
sarebbe poi diventato un grande complesso monastico, faro di cultura,
dotato della biblioteca più importante dell’Alto Medioevo.
A Bobbio, cittadina ricca di storia e di memorie, dell’antica
abbazia benedettina fondata da San Colombano restano alcuni corpi di
fabbrica, e, a scavalcare il Trebbia, resta il ponte, un autentico gioiello
di costruzione, chiamato anche Ponte Gobbo: lungo 280 metri, largo 3
metri, è composto di undici archi diseguali fra loro (quello
più ampio misura 32 metri di corda). Anche se, a quanto pare,
le sue origini risalgono ai Romani, la sua esistenza è documentata
con sicurezza a partire dal 1196; distrutto dalla furia del Trebbia,
fu poi ampliato nel ’500 e nel ’600, servendo i transiti
con la zona delle saline, e tuttora conserva elementi romanici e medioevali. Intorno a questo antichissimo, originale ed affascinante manufatto esiste una plurisecolare leggenda, dalla quale gli deriva un’ulteriore denominazione: Ponte del Diavolo. Si narra che, quando il Trebbia con una piena distrusse praticamente il ponte, Satana “offrì” a San Colombano di riedificarglielo in una sola notte, ma ad una condizione: lui, il Diavolo, si sarebbe preso il primo che fosse passato sul ponte appena ricostruito. Il Santo irlandese accettò; Satana ricostruì in una notte il manufatto, ma Colombano si prese gioco di lui, facendo passare sul ponte il grosso orso bruno che egli stesso aveva ammansito pochi giorni prima, perché lo aiutasse a tirare l’aratro. Così il Diavolo rimase senza il pregustato “bottino” di un’anima e San Colombano riebbe il ponte ricostruito in sole dodici ore! Occorre scendere dall’Appennino piacentino a quello bolognese, nella valle del Santerno, per incontrare l’altro ponte medioevale, vanto di un paese ricco di storia e di testimonianze del suo essere stato per secoli feudo incontrastato della famiglia Alidosi: Castel del Rio (il Castrum Rivi dei Romani) di cui si ha la prima notizia nel 1179. Del primitivo castello dei feudatari, detto ora Castellaccio, restano sul colle i ruderi (sia pure notevoli), mentre nel paese sorge la possente mole dai forti baluardi, del più recente palazzo Alidosi, la cui costruzione cominciò agli inizi del XVI secolo, su pianta quadrata attribuita al Bramante. È rimasto incompiuto; nel ’600 fu in parte demolito, ma è stato egregiamente ristrutturato e oggi ospita un interessante Museo della guerra. E il ponte? Il ponte, anch’esso chiamato “degli Alidosi”, o anche “Ponte d’Osta”, quasi si nasconde un po’ più in basso dell’abitato e scavalca il fiume Santerno. Lo costruì, nel 1499, Andrea di Guerrerio d’Imola su incarico di Obizzo Alidosi: un’unica arcata “a schiena d’asino” molto pronunciata (42 metri di corda); nelle sue spalle esistono alcuni vani praticabili con funzione “ingegneristica” di alleggerimento del manufatto. Percorrerlo per raggiungere la chiesetta di Osta, pure degli Alidosi, è un’emozione che porta al di fuori del tempo. Fintanto che siamo nell’Appennino romagnolo, facciamo un salto anche a Modigliana, alla confluenza dei torrenti Acerreta, Tramazzo e Ibola, che, riuniti, formano il Marzeno. Modigliana, dove si rifugiò Garibaldi, in casa di don Giovanni Verità, durante la sua fuga verso il Tirreno, è forse il Castrum Mutilum ricordato da Livio ed è suggestiva e caratteristica per il tono ambientale del centro storico e per la molteplicità di ponti: da quello sull’Acerreta, all’uscita del paese, se ne possono osservare ben altri tre di cui uno, a sinistra, a schiena d’asino, risale al XVIII secolo. |
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