israele
il popolo di __Dio, il partito di Dio e a morire...
a cura di donato taddei
I due articoli riportati nel seguito da "il corriere della sera" sono
entrambi datati primo agosto;
Sono pero' proprio convinto che non perderanno la loro attualita' quando
saranno letti magari a settembre, e sono pure convinto ce potranno
contribuire allo spaventoso vuoto di informazione dei nostri media su questa
nuova crisi: massacri di civili pianificati a tavolino a fini di guerra
mediatica, pasticciati quanto ipocriti andirivieni di diplomatici per
lasciare che i giochi si compiano, mezze ambizioni italiane a far da
cuscinetto nel Libano meridionale, in quanto primi partner commerciali
europei dell'Iran, insomma una gran confusione.
La tv racconta queste cose come se a seguito di una banale scaramuccia tra
Hezbollah e Israele gli ebrei siano impazziti e massacrino civili anzicche'
neutralizzare quel gruppetto di terroristi.
Il primo articolo contiene cronache di guerra di questo infuocato primo
agosto, ma anche la documentazione chiara che lo stato libanese in pratica
non esiste e che nel sud in pratica le sue funzioni sono svolte
dall'Hezbollah, normalmente utilizzata come referente anche dai nostri
operatori italiani delle missioni Onu, e altri dettagli.
Il secondo invece contiene una lucidissima intervista al direttore del
Centro studi strategici per il medio oriente di Teheran, che propone una
chiave di lettura di parte, ma che per troppi aspetti non fa una grinza
cosi' riassunta:.
"TEHERAN - "Nessuno in Iran e negli altri Paesi islamici crede più alla
favola della democrazia americana". "Washington vuole solo realizzare il suo
impero globale e come primo passo deve assicurarsi le maggiori riserve
energetiche mondiali: quelle del Medio Oriente". "Il dominio americano non
tollera ostacoli e i prossimi da spazzar via saranno Siria e Iran". "Lo
scopo di Bush è ridisegnare i confini della regione in modo da creare tanti
mini Stati su base religiosa o etnica che non possano preoccupare Israele.
Tel Aviv rimarrebbe a guardia al petrolio per conto degli Stati Uniti che si
potrebbe così occupare della conquista di altre regioni"".
L'Iran e Israele si stanno contendendo la leadership economica e quindi
anche politica e militare sul medio oriente.
Il business e' la piu' laica e laida delle religioni: cosi' mentre i
diseredati delle baraccopoli e dei campi profughi palestinesi, endemicamente
e costituzionalmente senza futuro, possono immaginare di conquistarsi il
paradiso facendosi saltare in aria, sono i loro capi a fornire cemento fatto
arrivare dall'Egitto agli israeliani per costruire quel muro che dovra'
sbarrare in parte anche quella prospettiva di lavoro e di salario a circa un
quinto della loro popolazione, che vive ai confini di Israele o va a
lavorarci, lucrando sulla differenza di tenore di vita ai due lati del muro.
Cosi' quella che viene raccontata come una novita' dai media e' in realta'
storia che dura da almeno trent'anni: il partito di dio Hezbollah esiste da
25 anni e ha gia' avuto un ruolo di riievo nella storia libanese.
Ne faro' una rapida ricostruzione attraverso stralci da un'opera di
indiscusso valore storiografico e quindi super partes:
"jihad, ascesa e declino" di Gilles Kepel cui seguiranno gli articoli
recenti.
Buona lettura
Donato
Dal capitolo intitolato:
"l'onda d'urto della rivoluzione iraniana":
Una guerra di riferimenti ed anacronismi prolungava sul piano ideologico e
dottrinale la guerra reale. Contro Teheran, gli stati arabi fecero blocco
dietro a Baghdad (tranne la Siria, rivale tradizionale dell'Iraq). E Saddam
Hussein, che sarebbe diventato, dieci anni dopo, il principale nemico degli
Stati Uniti e dei regimi arabi del Golfo, poteva contare, all'epoca, anche
sul sostegno diplomatico dell'occidente, preoccupato per la rivoluzione
iraniana, e sull'appoggio militare della Francia, che gli mise a
disposizione i caccia-bombardieri Super Eten-dard. In risposta, l'Iran
contribuì a un'ondata di azioni terroristiche anti-occidentali, soprattutto
in Libano, devastato fin dal 1973 da una guerra civile, parzialmente
occupato da Siria e Israele e dove Teheran creò nel 1982 il partito-milizia
Hezbollah, reclutando attivisti tra gli sciiti, che rappresentavano quasi un
terzo della popolazione.
In realtà, a dispetto delle speranze iraniane di portare la rivoluzione in
tutto il mondo musulmano, quest'ultima fece proseliti soltanto tra alcune
comunità sciite nel mondo arabo e nel sub-continente indiano. Gli unici
movimenti di qualche consistenza che si misero sulla sua scia furono in
Libano, dove lo stato vacillava. In Iraq, Saddam Hussein fece uccidere, già
nell'aprile 1980, la principale figura sciita del paese, l'ayatollah Baqir
as-Sadr, che si richiamava all'esempio di Khomeini, e una brutale
repressione si abbattè su ogni potenziale militante, quando, cinque mesi
dopo, Baghdad scatenò la guerra contro l'Iran.
La rivoluzione islamica in Medio Oriente, si ebbe non in Palestina, dove fu
soltanto fonte di ispirazione per la jihad, bensì nel vicino Libano. Il
paese era in una situazione apparentemente molto propizia per importare la
rivoluzione: un lustro di guerra civile, dal giugno 1975, vi aveva eliminato
l'autorità dello stato, incapace di svolgere il compito costituzionale di
garante e arbitro dell'equilibrio tra cristiani e musulmani. L'occupazione
siriana di una parte del territorio, a partire dal giugno 1976, col pretesto
di ristabilire la pace, fece gradualmente scivolare il paese sotto un
protettorato siriano di fatto. E l'invasione israeliana del 1982, che si
concluse nel 1983 con la creazione di una "zona di sicurezza", pattugliata
dall'Esercito del Libano del Sud, una milizia pagata da Israele, concluse
l'opera disgregatrice dei rapporti di forza, eliminando la presenza militare
palestinese dal Libano meridionale. Ma questo vuoto sarà occupato dal
movimento sciita filokho-meinista dell'Hezbollah.
Prima del 1982, la comunità sciita faceva la figura del parente povero nella
famiglia confessionale libanese. Concentrata, per tradizione, nell'aspra
regione del Djebel Amil, nel sud del paese, e della valle della Bekaa,
chiusa attorno a Baalbek dalle catene del Libano e dell'Antilibano, aveva
ottenuto una "congrua" parte di cariche politiche con il "patto nazionale"
del 1943, che aveva attribuito ai cristiani ma-roniti la presidenza della
Repubblica e ai musulmani sunniti la presidenza del Consiglio dei ministri.
Gli sciiti dovettero accontentarsi della presidenza della Camera dei
deputati, funzione senza grande potere, svolta da alcune famiglie di
notabili culturalmente distanti dalla massa dei propri correligionari.
Principalmente rurale, la comunità era rimasta ai margini dell'ondata di
modernizzazione ed istruzione che aveva coinvolto le élite delle altre
comunità e fatto di Beirut la capitale intellettuale del mondo arabo.
Nell'universo sciita, i di-gnitari religiosi conservavano una grande
influenza sulla società. Il peso delle tradizioni paesane e la povertà
portarono a un tasso di natalità superiore a quello delle altre confessioni,
il che, negli anni settanta, sovvertì, a favore degli sciiti, gli equilibri
demografici sui quali si fondava la rappresentanza politica - senza che
questa fosse però modificata. Inoltre, una parte della nuova generazione di
sciiti poveri, che la terra non poteva più nutrire, emigrò verso la
periferia sud della capitale; era una gioventù urbana povera, numerosa,
scontenta del proprio destino, che non si identificava molto nello stato
libanese. Questo fenomeno era più accentuato tra gli sciiti che tra le
altre confessioni. Lì si ritrovavano, esacerbati e tradotti nella realtà
locale, tutti i fattori di malessere sociale che provocarono l'emergere dei
movimenti islamisti negli anni settanta, come li abbiamo osservati nel
capitolo precedente: esplosione demografica, esodo rurale, insediamento ai
margini del mondo urbano e della lingua scritta. In questo contesto, un
prelato giunto dall'Iran, l'imam Mussa Sadr, creò nel 1974 il Movimento dei
diseredati (Harakat al Mahrumìn), più conosciuto con il nome della sua
milizia, Amai ("speranza"). Aveva per obiettivo la promozione sociale dei
giovani emarginati della comunità sciita. Pur senza imboccare la strada del
radicalismo religioso, che caratterizzava la versione khomeinista dello
sciitismo, Amai fu all'origine di un cambiamento di mentalità paragonabile a
quello che aveva causato Shari'ati in Iran: alla passività, al culto del
dolore, ai pianti per il martirio di Hussein, ucciso a Karbala su ordine del
cattivo califfo sunnita Yazid nel 680, subentrò un movimento rivendicativo,
che cambiava il senso del simbolismo religioso. Amai ne fece la base
dottrinale della mobilitazione contro le ingiustizie sociali, che per la
prima volta portò gli sciiti, sino ad allora disprezzati, al rango di parte
politica su un piede di parità con le altre, facendo acquistare loro la
consapevolezza della propria dignità. Quando iniziò la guerra civile l'anno
dopo, il movimento si schierò con il campo "islamico-progressista", anche se
Sadr non faceva mistero della sua ostilità per il comunismo e il socialismo.
Molti giovani sciiti trovarono la morte in prima linea. Nell'agosto 1978,
durante un soggiorno in Libia, l'imam Sadr scomparve misteriosamente. Per
molti fu ucciso su ordine di Gheddafi - per ragioni che nessuno ha saputo
chiarire - mentre i seguaci più ferventi si convinsero che Sadr, l'imam
nascosto della tradizione sciita, era scomparso per ritornare alla fine dei
tempi nelle vesti del Mahdi (il messia). Fu sostituito alla guida di Amai da
un politico laico, che non aveva il suo carisma, Nabih Berri. Nel marzo
dello stesso anno, l'operazione Litani - una lunga incursione israeliana nel
sud del Libano, destinata ad indebolire le basi dell'oLp, spinse all'esodo
verso la periferia di Beirut molti sciiti, che andarono a ingrossare le file
della gioventù povera. Nel frattempo, in Iran, il clero khomeinista aveva
conquistato l'egemonia del movimento rivoluzionario che, dopo poco, avrebbe
rovesciato lo scià.
Nonostante il malessere sociale della gioventù povera libanese di religione
sciita e l'entusiasmo con cui essa salutò la vittoria del febbraio 1979, sia
Amai che i dignitari della comunità rivendicavano la loro indipendenza dagli
eventi iraniani. Il clero non aveva più figure emblematiche dopo la
scomparsa dell'imam Sadr e i partigiani più risoluti di Khomeini erano
soprattutto giovani religiosi poco noti, di ritorno in patria dopo anni di
studio nei seminari di Nadjaf, in Iraq.
vedevano gli ex compagni di classe diventare i padroni di Teheran e
sognavano una repubblica islamica. Ma ciò sembrava un'utopia senza aderenza
alcuna nel Libano multiconfessionale, e la stessa comunità sciita,
inquadrata da Amai, sembrava più presa dai problemi concreti della società
libanese che interessata ad esperimenti ideologici ricalcati sul modello
iraniano. L'influenza di questi giovani ecclesiastici fu minima, fino al
1982. Nel luglio di quell'anno, Israele scatenò l'operazione "Pace in
Galilea", per eliminare dal sud del Libano le postazioni militari
palestinesi, i cui razzi colpivano gli agglomerati ebraici nel nord della
Galilea. L'esercito di Israele si spinse fino alla periferia di Beirut,
scacciando I'OLP. In un primo tempo, l'operazione raccolse le simpatie della
base sciita, che aveva mal sopportato la presenza dei fedayin, il loro
atteggiarsi a padroni del sud, e sembrava sollevata dalla loro espulsione.
Ma l'occupazione israeliana continuava, sconvolgendo i rapporti di forza
regionali. E favorì la creazione di un regime filo-occidentale a Beirut;
alla fine, i dirigenti maroniti, sbarazzatisi
dell'oLP, e sostenuti da Israele contro la Siria, firmarono un trattato di
pace con lo stato ebraico.
Da parte sua, Damasco, che non poteva reggere il confronto militare con
Israele, alimentò i settori più virulenti della comunità sciita, affinchè
diventassero la punta di diamante dell'opposizione al nuovo corso della
politica libanese. La Siria autorizzò il dispiegamento di alcune centinaia
di guardiani della rivoluzione iraniani, o pasdaran, nella pianura della
Beeka, sotto il suo controllo, permettendo alla Repubblica islamica di
diventare protagonista della scena politica libanese e dandole la sua unica
opportunità concreta di esportare con successo la rivoluzione. Nello stesso
periodo, ci fu una scissione all'interno di Amai: il portavoce
dell'organizzazione, Hassan el Mus-saui, creò Amai islamica, di obbedienza
khomeinista. Nella seconda metà del 1982, l'ayatollah Mohtashemi,
ambasciatore della Repubblica islamica a Damasco, riunì i movimenti e la
parte del clero che condividevano la stessa sensibilità in un'organizzazione
chiamata, sul modello del partito khomeinista iraniano, l'Hezbollah
("partito di Allah"). In dicembre, a Baalbek, fu proclamata la Repubblica
islamica del Libano. Quest'iniziativa che aveva un carattere più che altro
simbolico, anche se questa "Repubblica islamica" emise alcuni francobolli:
ricopriva la parte del territorio libanese controllata da una milizia
confessionale, così come le milizie maronite o druse controllavano le
rispettive montagne, oppure gli eserciti siriano e libanese l'est e il sud
del paese. Ma, in più, essa esprimeva la volontà di portare la rivoluzione
fuori dai confini dell'Iran ed era quindi una fonte di grande pericolo per
gli avversari regionali.
Per tutti gli anni ottanta l'Hezbollah libanese svolse un duplice ruolo;
agente della radicalizzazione della comunità sciita e strumento della
politica iraniana. L'Hezbollah fece un grande lavoro assistenziale,
soprattutto a favore dei giovani emarginati, attraverso la rete dei
sacerdoti affiliati al partito e grazie al sostegno logistico e finanziario
dell'Iran. Riuscì così ad unire due elementi costitutivi dei movimenti
islamisti contemporanei: i giovani diseredati, la cui fedeltà si contendeva
con Amai che li aveva mobilitati in una prospettiva più sociale e
comunitaria che ideologica, e gli intellettuali estremisti, raggnippati
attorno a un nucleo di giovani sacerdoti, autori del discorso e
dell'ideologia militante capace di galvanizzare la massa dei seguaci con
l'utopia di uno stato islamico sconnesso dalla realtà del paese. L'Hezbollah
non riuscì invece ad attrarre i ceti medi religiosi sciiti, in quanto i
notabili della comunità rimasero più attenti agli equilibri reali della
società libanese, di cui aveva una chiara percezione il movimento Amai
guidato da Nabih Berri. Inoltre, i dignitari sciiti tradizio nali tenevano a
distanza Teheran. Nei primi anni, l'Hezbollah non poteva contare su una
borghesia devota, che sponsorizzasse il movi mento per guidarlo verso
posizioni più moderate in campo sociale Dato che i finanziamenti provenivano
essenzialmente dall'Iran, l'Hezbollah non aveva alcun vincolo interno che lo
inducesse al realismo politico e si lanciò in un estremismo senza freni.
Mischiava la violenza sociale degli emarginati, l'aspirazione al martirio,
incoraggiati dai sermoni dei predicatori khomeinisti, e gli interessi di
Siria e Iran i quali sfruttavano il terrorismo degli attivisti del partito
per i propri obbiettivi. Per la Siria, si trattava di eliminare l'influenza
israeliana occidentale in Libano, per l'Iran, di fare pressione
sull'occidente, anche attraverso il rapimento di cittadini europei ed
americani. E ciò per contrastare l'appoggio che Europa e Stati Uniti diedero
all'Iraq negli otto anni della guerra scatenata da Saddam Hussein nel
settembre 1982 L'Hezbollah riprese i metodi della mobilitazione popolare
sperimentati da Amai, ma in una prospettiva più "khomeinista"; le
celebrazioni per il martirio dell'imam Hussein, momento di presa di
coscienza collettiva della comunità, diventarono, sotto la guida dello
Hezbollah l'occasione per manifestare con virulenza contro i "nemici
dell'islan Terreni ed edifici furono occupati e redistribuiti nelle zone
controllate dal partito, dove lo stato non aveva più la forza di difendere i
proprietari. Ciò diede all'Hezbollah una grande popolarità, soprattutto tra
i giovani diseredati, tra le cui file si reclutavano i militanti al
martirio - sul modello dei bassidjis iraniani, che cercavano la morte sul
fronte iracheno -, il movimento potè sviluppare, quindi, una capacità
d'azione eccezionale, se confrontata con le attività militari d altre
milizie, che non erano sorrette da altrettanto zelo religioso.
Nel 1983, l'Hezbollah mise a segno due colpi spettacolari che ne fecero un
attore geopolitico di primo piano. In seguito all'invasione israeliana, le
milizie cristiane avevano massacrato i profughi palestinesi dei campi di
Sabra e Chatila, nei dintorni della capitale, il 15 16 settembre 1982, sotto
gli occhi dell'esercito dello stato ebraico provocando uno scandalo di
portata internazionale. Una Forza multinazionale, composta da truppe
americane, francesi e italiane, fu schierata in Libano per evitare il
ripetersi di simili atrocità. Ma fu percepita da Damasco, Teheran e dai loro
alleati locali come un rafforzamento della presenza occidentale nel paese.
Il 23 ottobre 1983, l'Hezbollah lanciò uno spaventoso attacco suicida contro
i contingenti americano e francese della Forza internazionale, provocando
diverse vittime. il 4 novembre si scagliò contro il quartier generale
dell'esercito < d'occupazione israeliano a Tiro. La gravita' delle perdite
convinse paesi a ritirare le truppe, mettendo fine al riallineamento con
l'occidente dello stato libanese, e dando alla Siria una egemonia che non
avrebbe più perso. L'Hezbollah, movimento popolare sostenuto dall'Iran (e
incoraggiato da Damasco), si dimostrò capace di infliggere agli stati
occidentali più potenti e ad Israele importanti rovesci militari, seguiti da
una sconfitta politica. Ne trasse una fama eccezionale, ben oltre la
comunità sciita, tra tutti gli avversari della presenza d'Israele e
dell'occidente in Libano.
Come strumento degli interessi della Repubblica islamica, l'Hez-bollah si
lanciò, attraverso gruppuscoli fantoccio, dall'estate del 1982, ma
soprattutto tra il 1984 e il 1988, in una campagna di sequestri in grande
stile di cittadini di paesi sui quali Teheran voleva fare pressione. Qualche
rapimento era davvero compiuto a scopo di estorsione, o legato a questioni
locali, ma la maggior parte obbediva a una logica in cui il partito era
soltanto il subappaltatore di iniziative iraniane - questo spiega perché non
abbia mai "ufficialmente" rivendicato gli atti compiuti dai gruppi con varie
sigle che firmavano i comunicati, minacciando la morte degli ostaggi o
annunciando la loro "esecuzione". L'Hezbollah si presentava come un
intermediario che facilitava la ricerca di soluzioni, riceveva le somme dei
riscatti destinati "agli orfani e ai diseredati" assistiti dalle sue opere
sociali.
Questi sequestri costituirono la forma più esacerbata, sia pure indiretta,
dello scontro tra la Repubblica islamica e i suoi nemici alla metà degli
anni ottanta. Permisero a Teheran di allentare la morsa della guerra con
l'Iraq e dell'ostilità degli stati arabi e occidentali. Questi erano così
avvertiti che ogni iniziativa che avrebbero preso contro l'Iran avrebbe
rischiato di provocare atti di terrorismo. Molti rapimenti avevano per
obiettivo la liberazione o la concessione della grazia a militanti islamisti
sciiti, detenuti per attentati al plastico od omicidi in diversi paesi. In
Kuwait, ad esempio, alcuni attivisti filo-khomeinisti, tra cui dei libanesi,
furono arrestati e condannati a morte per avere, tra l'altro, assalito le
ambasciate americana e francese nel dicembre 1983. In Francia, un
intellettuale rivoluzionario sciita libanese, Anis Naccache, legato a filo
doppio all'establishment iraniano, fu incarcerato dopo aver tentato di
assassinare l'ultimo primo ministro dello scià e oppositore della Repubblica
islamica, Shapur Bakhiar , profugo a Parigi. In Germania e in Svizzera vari
militanti furono arrestati per terrorismo. Inoltre, la campagna di sequestri
era organica allo sforzo bellico dell'Iran contro l'Iraq. La Francia aveva
messo a disposizione di Bagdad il non plus ultra dei suoi caccia-bombardieri
e rifiutava di rimborsare un prestito contratto al tempo dello scià e legato
al programma nucleare europeo Eurodif.
La violenza incontrollata che ha contrassegnato gli anni novanta, anche se
molti sospettano che sia stata istigata da agenti provocatori dei regimi che
avevano un interesse a farla esplodere, rimane nella memoria di tutti. Per
questa ragione, la componente più moderata della corrente si profonde in
professioni di fede democratiche per prendere le distanze da un fenomeno che
pesa sul suo futuro politico. I ceti medi religiosi che costituiscono la sua
base sociale cercano nuove alleanze con i loro pari di orientamento laico,
vale a dire con la borghesia cristiana negli stati in cui sono presenti più
confessioni. Così, in Libano, lo Hezbollah sciita, originariamente un
gruppuscolo terroristico che prestava servizi all'Iran di Khomeini, si è
trasformato nel movimento di massa dei più poveri, diventando poi
l'incarnazione della resistenza nazionale libanese contro Israele, e
applaudito come tale da tutte le componenti del panorama religioso del
paese. Nella prospettiva di un accordo di pace tra la Siria, il suo alleato
libanese e lo stato ebraico, il Partito di Dio, rappresentato in Parlamento,
convoglierà le proprie energie verso lo scenario libanese interno; in questo
senso, esso è oggetto delle attenzioni di diversi responsabili cristiani
maroniti. Si sottolineano le "convergenze" tra il culto mariano e la
devozione sciita per Fatima, figlia del Profeta, sposa di Ali e "madre dei
credenti", in attesa di un riavvicinamento tra cristiani e sciiti che,
insieme, formano la larga maggioranza dei libanesi, di contro alla tutela
siriana ed un Medio Oriente a predominanza sunnita.
Fin qui l'autore della prima opera storiografica sul fondamentalismo
islamico, edizione italiana Carocci 2001.
jihad: ascesa e declino di Gilles Kepel.
Primo agosto 2006 da "Il corriere della sera":
La grande fuga dal Sud, terra di nessuno tra crateri e macerie.
Sotto colpi di mortaio e missili, gli ultimi civili lasciano le zone di
confine.
L'Unifil: "Questa è pulizia etnica".
LIBANO.
RICORDO La foto di una ragazza libanese tra le rovine della moschea di Cana
(Frayer/Ap) DAL NOSTRO INVIATO.
NAKURA (Libano) - è una tregua che non funziona.
Colpi di mortaio, missili e cannonate sono caduti ieri tutto il giorno lungo
il confine.
Mettersi in viaggio sembra un terno al lotto, una roulette russa con
l'ignoto.
Eppure le immagini strazianti del massacro a Cana servono da pungolo.
E migliaia di famiglie che erano rimaste intrappolate per tre settimane nei
villaggi del Libano meridionale hanno approfittato del "cessate il fuoco" di
48 ore decretato da Israele l'altra notte per fuggire verso nord.
Ieri abbiamo contato centinaia di auto, camioncini, persino trattori con
rimorchio, che dai centri abitati sulle colline cercavano di raggiunge la
strada costiera e da qui andare oltre Tiro.
I problemi per chi parte però sono infiniti.
E non solo per le bombe.
Israele ha sospeso i raid aerei e diradato (ma non del tutto) i colpi tirati
dalle sue corvette al largo della costa libanese.
Restano però gli scambi a fuoco tra esercito israeliano e pattuglie
dell'Hezbollah. La stragrande maggioranza delle strade è ancora bloccata dai
crateri delle bombe e dalle macerie.
Una via che sino a ieri era percorribile ora potrebbe non esserlo più. Non
c'è benzina, tutto è chiuso, abbandonato, se fori più di una volta non sai
come fare per riparare le gomme.
Ognuno è lasciato a se stesso in questa gigantesca terra di nessuno.
Una guerra a bassa intensità che subiamo anche noi nel tentativo di
raggiungere Bint Jbeil, la cittadina a 5 chilometri dal confine israeliano
dove negli ultimi giorni sono avvenute le battaglie più cruente.
Tutto bene lungo la costa sino a Nakura, dove si trova il quartiere generale
dell'Unifil, gli osservatori dell'Onu.
Da qui in poi la strada corre parallela ai fili spinati irti di sensori
elettronici che segnano il confine del cessate il fuoco con Israele sin dal
1949. Ai villaggetti cristiani si alternano quelli sciiti.
In questi ultimi le distruzioni appaiono più evidenti, non c'è abitazione
senza segni di esplosioni.
Da qui è appena passato un convoglio Unifil, che porta cibo e acqua a
Rmaich, 10 chilometri prima di Bint Jbeil. è il momento dei convogli
umanitari.
La Croce Rossa libanese afferma di aver estratto i cadaveri di 25 abitanti
in tre villaggi - Sreefa, Zibqeen e Qleilah - bombardati nei primi giorni
del conflitto.
Ma noi a Rmaich non arriveremo mai.
Due chilometri prima, dove da un'altura puoi vedere chiaramente i kibbutzim
e le basi militari israeliane a meno di 300 metri, un mortaio apre il fuoco.
Sono tre colpi di avvertimento contro la nostra auto, che cadono a pochi
secondi uno dall'altro a un centinaio di metri.
Il messaggio è chiaro: Israele è ben contento di vedere i mezzi dei civili
in fuga, ma fa di tutto per evitare il traffico in entrata.
Alla sede dell'Unifil di Nakura i portavoce non hanno dubbi. "Questa tregua
serve a Israele per espellere i civili e poter poi attaccare liberamente le
milizie dell'Hezbollah. Per loro la strage di Cana è un incidente
imbarazzante.
Vorrebbero evitare che si ripeta, ma nel contempo sono più determinati che
mai a eliminare le milizie armate sciite" dicono.
Le conseguenze secondo loro rendono quasi impossibile la missione degli
osservatori internazionali. "Non possiamo fare nulla contro Israele, che
impone di fatto la pulizia etnica tra le popolazioni a ridosso del confine,
né contro l'Hezbollah, che lancia una guerra santa e mira in ultima analisi
alla distruzione dello Stato ebraico" spiegano.
L'impotenza dell'Onu la vedi anche tra i 51 uomini di Italair, il
contingente italiano che ha il compito di fare volare i 4 elicotteri della
forza di pace. "In teoria siamo pronti a decollare in ogni momento.
Nei fatti i nostri elicotteri non compiono una missione dal 12 luglio,
quando sono iniziati gli scontri" conferma il comandante, tenente colonnello
Antonio Giunta.
Al comando Unifil ci sono testimonianze dirette del forte consenso sociale
di cui gode l'Hezbollah tra le masse sciite del sud. "Dopo il ritiro
israeliano da queste zone, nel maggio 2000, lo Stato centrale libanese
sarebbe l'unica autorità legale con cui noi dovremmo trattare.
Ma in ogni crisi, i rappresentanti di Beirut svaniscono nel nulla e gli
Hezbollah si dimostrano gli unici capaci di imporre ordine e programmare
aiuti alla popolazione.
Dovremmo trattare con l'esercito, la polizia, i sindaci.
Ma anche questa volta l'interlocutore più importante resta Nabil Kaouk,
massimo responsabile civile e militare dell'Hezbollah nel sud" ammettono
allargando le braccia.
Oggi è la azienda per i lavori pubblici dell'Hezbollah che ripara le strade
bombardate.
A Tiro ogni mattina le famiglie più bisognose sfollate dai villaggi trovano
davanti alla porta del loro ricovero pacchi dono delle associazioni
caritative d'Hezbollah. Contengono per ogni abitante: 3 uova, un tozzo di
pane, frutta e una scatoletta di mais. Il caos imperante nel governo
centrale è stato invece evidente sin dalla prima settimana del conflitto e
da allora i civili ne fanno le spese.
I militari israeliani iniziarono infatti subito a diffondere comunicati
minacciosi affinché la popolazione fuggisse a nord, oltre il fiume Litani.
"Partite immediatamente o resterete schiacciati nelle vostre case" urlavano
secchi dagli altoparlanti posti sulle colline.
Allora il ministero degli Interni da Beirut inviò con urgenza un fax a
Nakura per chiedere all'Unifil di aiutare a far evacuare i civili.
Ma subito dopo intervenne l'ufficio del premier Fouad Sinora, che ordinava
di bloccare qualsiasi intervento in questo senso.
Spiegano le fonti Onu: "Non potevano chiederci una cosa del genere.
Temevano di apparire come collaborazionisti del piano di pulizia etnica
voluto dal governo Olmert".
intervista a Mohamed ali' Mothad, del centro studi strategici sul medio
oriente di Teheran,
sempre da "il Corriere della sera 1 agosto 2006.
"L'attacco a Beirut? è il piano di Bush per conquistare il mondo".
Gli esperti della Repubblica islamica alimentano l'antiamericanismo delle
masse.
DA TEHERAN DAL NOSTRO INVIATO.
TEHERAN - "Nessuno in Iran e negli altri Paesi islamici crede più alla
favola della democrazia americana". "Washington vuole solo realizzare il suo
impero globale e come primo passo deve assicurarsi le maggiori riserve
energetiche mondiali: quelle del Medio Oriente". "Il dominio americano non
tollera ostacoli e i prossimi da spazzar via saranno Siria e Iran". "Lo
scopo di Bush è ridisegnare i confini della regione in modo da creare tanti
mini Stati su base religiosa o etnica che non possano preoccupare Israele.
Tel Aviv rimarrebbe a guardia al petrolio per conto degli Stati Uniti che si
potrebbe così occupare della conquista di altre regioni".
In questi ultimi anni l'anti-americanismo ha assunto tante forme: nelle
piazze musulmane le bandiere in fiamme e le urla "Allah Akbar", nei centri
studi (non solo islamici) pagine e pagine di teorie geostrategiche che
finiscono per influenzare la politica dei governi.
E viceversa.
Mohamed Alì Mohtadi è stato consigliere al ministero degli Esteri di Teheran
nelle amministrazioni "riformiste" di Rafsanjani e Khatani.
Poi ha ricevuto questa poltrona al "Centro studi strategici per il Medio
Oriente" di Teheran da dove collabora con esperti arabi dal Cairo a Sana'a.
La sua è una posizione sempre più diffusa, esemplare del clima di ostilità
anti occidentale che domina nella regione.
"Prendiamo il conflitto in corso - dice Mohtadi -. La posizione diplomatica
americana fa intendere che è stata la Casa Bianca ad ordinare l'attacco di
Israele contro Hezbollah. Dopo Afghanistan e Iraq, nella loro lista nera, ci
sono i movimenti di resistenza etichettati come terroristici, Hamas e
Hezbollah, e gli Stati riluttanti a fare i valletti della superpotenza come
Siria e Iran. Non importa se Hamas è stato democraticamente eletto, se
Hezbollah è un partito legale con rappresentanti nel parlamento democratico
di Beirut e non importerà neppure se Iran e Siria sono Stati indipendenti e
sovrani".
Mohtadi cita Zbigniew Brzezinski (per il libro "La Grande scacchiera" sulle
ambizioni Usa post caduta del Muro), Francis Fukuyama (per la "Fine della
storia" a causa della strapotenza americana), Samuel Huntington ("Lo scontro
di civiltà" tra Islam e Occidente) e i neocons del "caos creativo" nel quale
ridisegnare i confini nazionali.
Secondo lo studioso iraniano c'è un'unica conclusione: Washington vuole
l'egemonia planetaria. "La democrazia viene da uno sviluppo interno alla
società, non si impone dall'alto.
In Iraq, ad esempio, il tessuto tribale non permette un'organizzazione
socio-politica all'occidentale.
O gli americani non capiscono queste cose elementari o dicono bugie.
Credo di più alla seconda ipotesi soprattutto considerando che i popoli del
Medio Oriente, se lasciati liberi di votare, sarebbero tutti antiamericani.
In Egitto vincerebbero i Fratelli Musulmani e in Arabia Saudita Bin Laden.
Almeno questo al Pentagono lo sanno".
Per Mohtadi, l'"invasione" è già cominciata.
"Non penso solo a Kabul e Bagdad: se tracciamo un triangolo che va dal Corno
d'Africa alla Turchia al Tajikistan, all'interno ci sono 75 basi militari
statunitensi.
Settantacinque, di cui solo sei in Iraq. Con questo spiegamento di forze,
c'è di sicuro l'idea di ridurre prima o poi all'obbedienza anche la
Repubblica Islamica d'Iran".
A finanziare le sue ricerche è quasi esclusivamente il governo di Teheran.
Vuol dire che Mohtadi è ascoltato e le sue teorie influenti.
Ecco che cosa, secondo lo studioso, succederebbe in caso di scontro
Iran-Usa. "Prima tenteranno con le sanzioni economiche.
Ma la nostra economia è nata nell' isolamento ed è cresciuta con forti
tendenze autarchiche.
Abbiamo anche tanti amici che ci aiuteranno a sopravvivere.
Il secondo passo saranno i bombardamenti aerei e missilistici.
Il terzo passo, l'invasione, invece, non ci sarà. Neppure i più falchi tra i
neo-conservatori americani possono concepirla.
Siamo troppo grandi.
Allora sceglieranno un bombardamento come quello israeliano in Libano,
distruggeranno infrastrutture e azzopperanno l'economia.
Non so se ci sperano, ma io dico che non riusciranno a rovesciare il regime.
Probabilmente, per loro è sufficiente indebolirci e rinchiuderci nei nostri
confini come hanno fatto scatenandoci contro Saddam Hussein dopo la
Rivoluzione dell'Imam Khomeini".
Tutto già scritto, dunque? Non è detto.
Il ricercatore ipotizza anche le contromisure al supposto piano Usa.
"Prendiamo l'esempio di Hezbollah: Israele non si aspettava tanta
resistenza.
E se il Pentagono attaccasse l'Iran, avrebbe una sorpresa ancora più amara.
Abbiamo influenza in Medio Oriente, ma non siamo espansionisti e vogliamo
collaborare con tutti.
Persino in Iraq e Afghanistan ci siamo impegnati per la stabilità, favorendo
indirettamente gli Usa.
In caso di attacco, però, le cose cambierebbero.
Potremmo trasformare quei Paesi nell'inferno americano.
Chissà, il tentativo di ingoiare l'Iran potrebbe far franare l'intera
costruzione imperiale".
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