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Intervista con i detenuti di Opera

"Il Corriere dei ciechi" anno 49 numero 45 del 12 dicembre 1994

Dossier: Nel Carcere di Opera

Esclusivo: Intervista a 4 ex BR

Anche dal carcere arriva la cultura

E un piccione zampetta sul computer

Nel penitenziario di Opera, Nadia, Rosaria, Giulio e Vincenzo.

Già duecento libri memorizzati su dischetti.

A cura di Mario Barbuto

Nadia, Rosaria, Giulio e Vincenzo sono reclusi nel penitenziario di Opera, dove scontano più di un ergastolo per reati commessi durante la loro appartenenza alle Brigate Rosse.

Da oltre un anno lavorano per noi. Vincenzo e Nadia si sono sposati in carcere, così come Rosaria e Giulio.

Si incontrano per un'ora, una volta a settimana, divisi da un bancone e guardati a vista dai loro "angeli custodi".

Rifiutano i permessi, dunque non escono mai; perché, dicono, coltivare i sentimenti tra marito e moglie è un diritto, non un premio. Ci scrivono. Hanno saputo che i ciechi leggono i libri col computer. Loro ne hanno già pronti circa duecento, curati, catalogati, memorizzati sui dischetti. Ce li offrono...

Nadia, Rosaria, Vincenzo e Giulio non sanno che i primi libri della biblioteca nazionale braille furono scritti da carcerati come loro, quasi cento anni or sono, nel penitenziario di Marassi! Otteniamo un colloquio in carcere: sentiamo il bisogno di conoscerli, ringraziarli e incoraggiarli. Vogliamo organizzare insieme il loro lavoro. "Sono arrivati i quattro ciechi in macchina", comunica una delle guardie all'ingresso.

Ciechi, in vero, siamo solo in due. Gli altri sono accompagnatori, Viva Dio!

Tra uno schioccar di chiavistelli e un ondeggiar di porte in ferro, mentre tu trattieni il fiato e avresti voglia già di uscire all'aria libera, percorriamo lunghi corridoi squadrati dove, mi dico, noi ciechi passeggeremmo proprio bene, dato quel nostro vezzo di andar su e giù tenendoci a braccetto a chiacchierare.

Poi l'incontro: in biblioteca. Mani che si stringono timide, voci basse, nomi sussurrati svelti. Ci sediamo, in ordine sparso, mi pare... Loro, vicini; lo noto dalle voci, che imparo piano piano a riconoscere. Io non frugo i loro cuori con lo sguardo, e nemmeno il mio amico Rudy... Così, mi pare di sentirli più a loro agio, forse... I nostri occhi non li giudicano.

Inizia una conversazione al buio.

Quattro ore filate, rapide, durante le quali si parla di libri e di scrittori, della saggezza del "somaro", di computers e professori, di quel piccione loro amico che si infila tra le sbarre per zampettare sulla tastiera...

Si fa un programma di lavoro. I ciechi conquistano quattro nuovi amici per i loro libri. Poi quell'idea dell'intervista. La voglia di portar via la loro voce, così, come si scatta una foto. Dunque un nuovo incontro; ma il registratore non si può portare: non si è riusciti ad ottenere l'autorizzazione. Un po' delusi - sembrava quasi possibile - decidiamo comunque di fare l'intervista; la pubblichiamo scritta.


Una conversazione al buio

DOMANDA: COME NASCE L'IDEA DI PREPARARE LIBRI DIGITALI?

VINCENZO: Tre anni fa ho visto per la prima volta in vita mia e con grande diffidenza un computer, in carcere, durante un breve corso per tipografi. E sempre in quell'occasione ho conosciuto una signora, Liliana Bucellini, che faceva dei libri digitali. La sua casa editrice si chiama Freebook. Mi ha spiegato cos'erano i libri in dischetto e ha pubblicato in quel modo un mio lavoro sulla condizione delle persone anziane. Ho subito abbandonato ogni interesse per i vari lavori tipografici e il mio sguardo si è fissato sul computer. Cominciavo a rendermi vagamente conto che il computer poteva essere, per chi non può usare le mani o gli occhi, qualcosa di più che un semplice strumento. Doveva essere sicuramente ciò che per me, carcerato, era la scrittura: una protesi che maledici ogni giorno, è vero, perché ti ricorda la tua condizione di prigioniero: devo scrivere a mia moglie invece di poterle parlare o di poterla abbracciare. Ma la scrittura è anche un modo per uscire parzialmente dalla prigione, per mantenere in vita la propria capacità di sentire, per non ridursi a un vegetale. Il primo mattone di ogni prigione, infatti, è anzitutto quello della non-comunicazione. Lo svantaggio nella comunicazione colpisce la nostra possibile autonomia di persone, crea un sovrappiù di disabilità. Tutto il resto delle sofferenze viene dopo, come una conseguenza naturale. Così mi sono reso conto di essere in parte un disabile e che i disabili erano in parte dei prigionieri politici. La disabilità fisica viene trasformata in prigione; la prigione è un trattamento disabilitante. Ne ho subito parlato agli altri tre e non ho proprio dovuto convincere nessuno.

 

 DOMANDA: CHI HA PROVVEDUTO ALLA STRUMENTAZIONE E ALL'ADDESTRAMENTO? COME SI SVOLGE IL LAVORO?

 VINCENZO: All'inizio (Giulio non era ancora arrivato in questo carcere), mi ha insegnato a usare il computer un amico carcerato, Pierangelo, che lavorava in una tipografia che c'è in carcere. Poi - nel frattempo era arrivato Giulio - ci ha aiutato la Bucellini per la strumentazione. Ci sono state varie difficoltà che sarebbe troppo lungo raccontare. Non le avremmo mai superate se, proprio quando ormai stavamo per rassegnarci, non ci fossero venuti in aiuto gli amici volontari. Pierfelice Bertuzzi ci ha detto che potevamo fare il nostro lavoro nell'ambito di un'associazione volontaria, "Il Bivacco", che a quel punto ha pure acquistato il materiale di cui avevamo bisogno. Così è nata, diciamo, la sezione telematica del "Bivacco", in carcere, lo scorso settembre. La direzione del carcere ci ha dato due salette dove lavoriamo, una al femminile per Nadia e Rosaria e una al maschile per me e Giulio. Noi quattro lavoriamo ai computer e gli amici volontari ci fanno da braccia e gambe e voce sia tra di noi che verso l'esterno. Portano libri, dischetti, organizzano incontri come questo con voi... Parlo non a caso di gambe, braccia e voce: voglio dire che apprezzo in loro il fatto che non vogliono mai farci da cervello, ma ci aiutano a mantenerci il nostro.

 NADIA: Io e Rosaria il computer lo abbiamo conosciuto un anno dopo, nell'estate 93, il giorno in cui un nostro amico volontario, Marco Locatelli, è riuscito a raccattare 2 vecchi rottami offerti da non so chi. A quel punto abbiamo praticamente imparato a usarli un po' grazie a Marco, il resto per corrispondenza con Vincenzo e Giulio: non potendoci incontrare se non un'ora alla settimana, ci siamo spiegate le cose per lettera. Beh, ha funzionato. Si vede che siamo dei geni. Del resto, proporre, per comunicare, una logica dell'ascolto e del tatto dopo secoli di predominio di logica visiva è qualcosa che mi sembra necessario. Mi pare che sia passare da un atteggiamento predatorio a uno fondato sulla disponibilità verso l'altro. Però io lavoro part-time. Faccio anche, come Rosaria, i lavori detti domestici in carcere, cioè di pulizia o da porta-vitto, eccetera, per portare qualche soldo...

 

DOMANDA: QUALI DIFFICOLTA' SI INCONTRANO PER LA CONCESSIONE DEL COPYRIGHT?

 NADIA: Intanto ci sarebbe da chiedersi se è una cosa giusta, viste le conseguenze che ha per tutti e soprattutto per i disabili...

VINCENZO: Già, comunque abbiamo avuto buone reazioni da varie piccole case editrici, le quali, tra l'altro, pubblicano molte belle opere perché sono quelle che rischiano di più verso il nuovo. Con le grandi il rapporto è più difficile, più burocratico. E per noi che siamo in carcere diventa perciò quasi impossibile a meno che qualche amico volontario non abbia qualche buona conoscenza al loro interno. Non so se da parte di qualcuno ci siano più pregiudizi e timori verso i carcerati o verso l'edizione telematica. In ogni caso i nostri lavori sono talmente modificati nella scrittura e nella grafica rispetto alla logica tipografica (che è visiva) da rendere infondati i pregiudizi sul versante informatico. Noi scriviamo in una logica uditiva e tattile. I nostri prodotti sono naturalmente leggibilissimi a video, ma assolutamente inadatti a essere tradotti in versione cartacea. Ci stiamo cioè occupando di qualcosa che non interessa dal punto di vista del mercato e non ha nulla a che fare con la tipografia.

 

 DOMANDA: QUALE GRADO DI INTERESSE E' VENUTO DAI NON VEDENTI DESTINATARI?

VINCENZO: E' difficile, praticamente impossibile organizzare una rete decente di rapporti con i non vedenti da qui. Siamo svantaggiati noi e sono svantaggiati i non vedenti. Tanto per fare un esempio non possiamo mica telefonare o avere un modem... Per questo è importante il rapporto con voi, con le associazioni. Potete essere il PUNTO che, collegando ciò che pur le varie difficoltà di vivere producono positivamente, fa loro da tramite per favorire lo sviluppo dell'autonomia di ognuno. Potete rendere utilizzabile il nostro lavoro come noi non potremo mai fare direttamente. Abbiamo ricevuto alcune lettere da non vedenti. Con due di loro sono ormai un amico con una corrispondenza epistolare più o meno regolare. Essi ci incoraggiano ad andare avanti. Un mio amico vedente mi ha però spiegato che un anziano professore di filosofia cieco di sua conoscenza, lo ha più o meno cacciato via quando gli ha raccontato di questo nostro lavoro.

 

DOMANDA: SE E COME UNA SIMILE INIZIATIVA ARRICCHISCE L'ESISTENZA QUOTIDIANA DI CIASCUNO DI VOI?

 GIULIO: La necessità di difendere la propria "libertà mentale" è assolutamente vitale, in carcere, per non lasciarsi stritolare dai meccanismi di spersonalizzazione ed appiattimento del pensiero connaturati ad ogni "istituzione totale". Il "non pensare" a dove si è, che molti detenuti adottano come strategia di sopravvivenza, è il primo passo verso l'accettazione rassegnata di quel "non pensare" a cui l'istituzione spinge. Invece "pensarci" può voler dire, per esempio, arrivare a scoprire quant'è preziosa anche per la tua autonomia quella delle altre persone a cui questa società la nega, e ritrovarti a darti da fare per dare il tuo contributo a quest'ultima con la consapevolezza di contribuire così anche alla tua.

NADIA: Non so se vi sembrerà banale e retorico quello che dirò: se non si fa qualcosa di utile per gli altri, non si è utili neanche a sé, si diventa degli stupidi volontari. Infatti trovo un po' stupido questo mondo. La galera sembra fatta apposta per renderti inutile a te e agli altri: quando lo capisci, cerchi di darti da fare...

 

DOMANDA: POTERE FARCI UN BREVE RITRATTO PERSONALE DI CIASCUNO, PER RENDERVI PIU' FAMILIARI AI NOSTRI SOCI E UTENTI?

 ROSARIA: Ho 38 anni, sono nata ad Avellino. Sono in carcere da più di 15 anni. Ex brigatista, condannata all'ergastolo. Giulio è mio marito e sono amica di Nadia. Un'amicizia nata e cresciuta in galera. Sono amica anche di Vincenzo: per forza! visto che è il marito di Nadia. Dico così, "per forza", perché la galera ti impedisce di poter mai incontrare direttamente gli amici che vorresti e allora i rapporti viaggiano per qualche tramite: un'altra persona o la scrittura.

 GIULIO: Sono un "ciociaro" di 38 anni. I "ciociari" hanno fama di essere particolarmente testardi e, se mi guardo, riconosco che qualcosa di vero dev'esserci... Sarà anche per questo che la nobile figura del Somaro da voi evocata durante il nostro ultimo incontro in carcere mi ha tanto entusiasmato! Sono stato un brigatista e sono in carcere da più di tredici anni, condannato all'ergastolo. E in carcere Rosaria ed io ci siamo sposati, sette anni fa, penando non poco per poter poi stare tutti e due nello stesso carcere, così da poterci vedere almeno per un'ora a settimana: appunto, anche la rinuncia a vivere i propri sentimenti rientra nel "non pensare" a cui il carcere spinge, ma se uno è testardo...

 NADIA: Vado sui 45 anni. Anch'io ergastolana per aver fatto parte delle B.R., come gli altri tre. Vengo da una famiglia operaia e comunista e facevo la casalinga. Sono in carcere dal 1980.

VINCENZO: Ho 46 anni. Ho conosciuto il collegio, la fabbrica, la clandestinità, la prigione, quest'ultima per sedici anni finora. Pur avendo l'ergastolo, continuo a sperare di rivedere la luce senza sbarre. Insomma, ho sempre conosciuto qualche tipo di prigione. Ma, al tempo stesso, è proprio così che per esempio ho potuto conoscere mia moglie, Nadia e avere un rapporto come quello che ho con lei. Credo che in un salotto ciò sarebbe stato impossibile. E così è anche per molte altre cose che per me sono il senso della vita.

 

DOMANDA: CHE RIFLESSIONI SUSCITA UN POSSIBILE PARALLELO TRA LA "PRIGIONE" DI UNA VITA NEL BUIO E UNA VITA TRASCORSA IN PRIGIONE? LA VICINANZA IDEALE CON CATEGORIE DI EMARGINATI COME I CIECHI, CERTAMENTE MATURATA DURANTE LA SEGREGAZIONE, SOLLEVA QUALCHE CONSIDERAZIONE SU UNA SOCIETA' TESA AL MASSIMO PROFITTO E ALL'UTILE INDIVIDUALE?

 VINCENZO: Intanto si scopre che il parallelo esiste! Mica tutti, purtroppo, se ne rendono conto. Allora si può fare una seconda scoperta: dovunque esiste una difficoltà di vivere e si cerca di resistervi, si può sviluppare un nuovo modo di considerare le cose che può essere utile scoprire a tutti, anche a quelli che credono di essere liberi o perfettamente abili. Dietro a ogni "di meno" può nascondersi un "di più" ha affermato Oliver Sacks. Ci sono troppo cose che non vediamo più, che non sentiamo più in questa società. Dai mondi emarginati può sorgere una battaglia culturale preziosa per un altro sentire. Spero che potremo parlarne di più e meglio in futuro, e che un lavoro come il nostro contribuisca nel suo piccolo per una tale prospettiva. Questo è un mondo che non si rende conto di quanti patrimoni umani, fatti di energie e saperi, si priva, distruggendoli o per lo meno sprecandoli. E per che cosa? Pare, per suicidarsi. L'altro giorno mi avete detto che vi avevano chiesto due lire a battuta soltanto per "ripulirvi" un testo, già digitato al computer, dai comandi immessi per l'impaginazione. Noi vi abbiamo dato "I miserabili", digitandoli da cima a fondo, per 25.000 lire, mentre quei signori che avete conosciuto, perciò, soltanto per "ripulire" quel testo, vi avrebbero chiesto sette milioni! Ecco, noi non facciamo quello che facciamo perché pazzi o generosi, ma semplicemente perché è possibile e utile anche a noi. Quei signori non sanno cosa succederebbe se i ciechi potessero conoscere la storia del sapere in condizioni di parità con gli altri. Poi magari si chiedono perché l'umanità non abbia più avuto un Omero per la sua narrazione collettiva. In ogni caso non sanno quali gravi conseguenze comporti il fatto che una comunità non abbia più una simile voce per la coscienza del proprio tempo.

 GIULIO: Come dice Vincenzo, la prima cosa è riconoscerlo questo parallelo. Riflettere su ciò che accomuna le esperienze di vita non "normali" è il passo successivo, quello che può permettere di far emergere tutte le "ricchezze" di queste vite "altre" e, attraverso un percorso che non è di appiattimento verso il "normale" ma di conquista di autonomia, fornire un contributo prezioso per un rivoluzionamento dei valori culturali di questa società, per un uomo finalmente incamminato verso la liberazione delle sue potenzialità. Naturalmente parlare di "ricchezze" in questo modo è cosa ben diversa da certi discorsi che tante volte vi siete sentiti fare sulla "fortuna di non vedere le bruttezze del mondo", o da quelli che sentiamo noi sul tanto tempo che, stando in galera, avremmo per leggere, studiare ed affinare lo spirito!

Questa vicinanza ideale con i mondi emarginati è vero che si è approfondita vivendo sulla mia pelle l'esperienza del carcere; ma so che è stata in me, si può dire, fin da bambino. E i valori di fondo che hanno determinato le scelte fatte nella mia vita non sono mai stati "a prescindere" da essa. Che questo non sia il migliore dei mondi possibili continuo fermamente a pensarlo e di conseguenza l'esistente", subordinato alla logica del profitto, continua a non piacermi neppure un po'. Contribuire a far emergere quelle "ricchezze" di cui parlavo prima rappresenta, per me, anche il mantenermi coerente con quei valori di fondo.

 ROSARIA: Devo fare un'amara prima considerazione: per quanto ho visto in questi anni, una vita in prigione può anche diventare "al buio". Al buio di tutto, specie per i sentimenti. Un impoverimento della persona, una grande tristezza. C'è solo una possibilità per restare vivi: "vedere oltre", sviluppare un "sesto senso" giacché tutti gli altri in genere li si ha, anche se impoveriti da una povera quotidianità. Vedere, sentire con qualcosa di diverso che non i soli occhi o le orecchie; e così riuscire a vedere e sentire le persone che ami al di là delle cose che dicono o - il che avviene più spesso - che scrivono.

Una sorta di iper-sensibilità che può far soffrire di più (senz'altro è così) ma che ti tiene vivo. Riuscire a comunicare oltre le parole e la scarsa materialità in cui vivono i rapporti. Avverti tutto questo proprio come una necessità fisica e fisicamente senti dentro emozioni, sensazioni che ti fanno percepire quello che non potresti percepire diversamente. Non posso dire che sia stato il carcere ad avvicinarmi ai mondi emarginati, piuttosto ho seguito il filo dei miei convincimenti. C'è però da dire che, a vederle dal di fuori, in carcere si sviluppano delle dinamiche davvero singolari, anche se spesso - da fuori - il mondo carcerario risulta pressoché invisibile.

Da una parte questa è fucina di ulteriori emarginazioni; d'altra parte i valori dominanti tendono a essere proprio quelli della società che emargina: il massimo profitto per l'individuo, in qualunque modo... Qui dentro la resistenza a simili valori diventa doppia e, secondo me, vitale.

 

DOMANDA: SE QUALCUNO TRA I CIECHI DESIDERASSE ALLACCIARE UN RAPPORTO PERSONALE CON UNO DI VOI, POTREBBE FARLO? COME?

 VINCENZO: Chi vuole entrare in rapporto con noi deve spedirci al carcere delle lettere su carta, scritte in caratteri per vedenti. Oppure se ha difficoltà a scrivere su carta può spedire in floppy-disk all'indirizzo del Bivacco. Vorremmo sapere tante cose, approfondire la conoscenza dei problemi che si pongono. Lavoriamo, per così dire, un po' ...alla cieca. E solo scrivendoci con pazienza di tutti i particolari riusciamo a capire quello che dobbiamo fare, in quale contesto ci muoviamo.

 Nomi degli intervistati:

Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo.

Indirizzo carcere di Opera:

via Camporgnago 40 - 20090 Opera (Milano).

Indirizzo della cooperativa "Il Bivacco":

Via Castellini, 72 - 20077 Melegnano (Milano). tel. 02/9836867

 

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