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Schedatura dell'opera: Crocifissione

Crocefissione (dipinto)Crocefissione (rilievo)

Autore: Masaccio Tommaso di Giovanni (1401–1428)

Titolo dell’opera: Crocifissione dal Polittico della Chiesa del Carmine di Pisa

Datazione: 1426

Tecnica e dimensioni: Tempera su tavola, 83x63 cm.

Collocazione: Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte

Tema iconografico: La Crocifissione

Il tema iconografico della Crocifissione affonda le radici nella cultura alto medievale e ha origine nella trasformazione della croce gnostica in croce cristiana. La crocifissione rappresenta il martirio di Cristo e l’iconografia prevede che il figlio di Dio sia rappresentato nella morte corporale e nella vita eterna della sua anima. Per questa ragione, nei secoli l’iconografia della crocifissione ha subito consistenti trasformazioni stilistiche e formali: dall’immagine del Cristo trionfante sulla morte, iconografia diffusa in tutta Europa fino al XII secolo, si è giunti tra XIII e XIV secolo all’immagine del Cristo dolente, ritratto nella dignità umana e sacra della sofferenza terrena. Il valore salvifico dell’immagine del Cristo dolente va rintracciato nella mutata sensibilità espressa dalla società medievale nei confronti dei soggetti sacri che, dal XIII secolo, subiscono una graduale umanizzazione. La ieraticità imperturbata di matrice alto medievale e medievale, nel basso Medioevo e nel primo Rinascimento, cede il passo alla rappresentazione più realistica, comunque simbolica ed emblematica dell’incarnazione del divino. L’immagine del Cristo dolente, ampiamente diffusa nella cultura rinascimentale, non perde in questa età il suo valore sacrale. Nonostante la rappresentazione naturalistica del dolore introduca il realismo, non viene mai meno, in queste immagini, l’idea di una bellezza divina che nemmeno il dolore può deturpare.

Analisi dell’opera (livello medio) (livello alto) (livello base)

Nella Crocifissione di Masaccio Cristo è rappresentato su una croce essenziale, composta da due bracci ortogonali, sulla sommità del braccio verticale trova collocazione l’immagine miniaturizzata di un albero, simbolo dell’albero della vita e dell’asse del mondo. Ad alludere alla nuova vita generata dal sacrificio di Cristo, l’albero è chiara immagine del recupero dei principi di rinascita e resurrezione impliciti nel destino di Cristo e dell’umanità redenta. La croce è posta al centro dello spazio della composizione. La tavola lignea presenta lo sfondo aureo secondo la tradizione bizantina. Stagliata sullo sfondo luminoso, l’intera scena acquista una ieraticità arcaica propriamente medievale, nonostante stilisticamente e spazialmente l’opera riveli la sua appartenenza alla sensibilità stilistica rinascimentale. La croce è inscritta all’interno di un arco cuspidato, di ascendenza gotica. Leggendo progressivamente la scena, partendo dalla sommità della croce, percepiamo il volto di Cristo circondato dall’aureola, le cui decorazioni sono arcaico barbariche. Il volto di Cristo, per fisionomia e postura, tradisce una rinnovata visione del divino, più realistica e meno simile alla tipologia convenzionale della rappresentazione del volto santo.

La testa di Cristo è vista in scorcio, china e quasi incassata nelle clavicole, il collo non è visibile, a causa dell’inclinazione tutta frontale della testa che determina il contatto del mento con le clavicole stesse. Il volto presenta tratti composti, per cui il dolore è dignitosamente controllato. Gli occhi hanno le palpebre abbassate, il naso è diritto e la bocca presenta labbra sottili; i tratti fisionomici del volto sono quasi popolani, nella crocifissione di Masaccio non avvertiamo la persistenza dell’immagine idealizzata e stereotipata del Cristo dolente, piuttosto percepiamo la forza dirompente e innovativa di un realismo che ancora dialoga con l’immagine sublimata e ideale del reale. Masaccio riesce a conferire al corpo di Cristo una profonda e non esasperata espressività. L’attenzione riposta nella resa anatomica e volumetrica della figura definisce il peso specifico del corpo che presenta chiari riferimenti classici innestati sulle tracce stilistiche gotiche, e quindi sulla resa longilinea del corpo umano, ancora presenti nel Quattrocento italiano. Scivolando lungo le spalle di Cristo, incontriamo le braccia allungate e affusolate, leggermente ribassate rispetto ai bracci della croce e trafitte nei palmi delle mani. Nella resa delle braccia compare una chiara definizione muscolare, sottolineata da zone chiaroscurali finalizzate a far percepire la tridimensionalità del corpo. Il busto, partendo dalla lettura della linea orizzontale definita dalle clavicole, presenta dal centro del torace lo sterno, da cui dipartono le costole. Al centro del busto, in prossimità del diaframma e del plesso solare, troviamo i muscoli addominali, dapprima contratti e poi allentati sul ventre, ad alludere alla perdita della tensione muscolare e delle forze, determinata dall’abbandono del corpo nel sopraggiungere della morte. Bacino e cosce risultano nascosti dal drappo che ne copre le fattezze, la volumetria delle gambe è intuibile quanto la forma che traspare dal perizoma. La divaricazione delle gambe, dato che determina insieme alla posizione della testa una decisa trasformazione iconografica, diventa elemento formale e stilistico dirompente. Fino a Masaccio nessun artista aveva proposto con tanta incisività e verosimiglianza l’immagine di un corpo costretto e sofferente. I piedi di Cristo sono sovrapposti, il destro posto sul sinistro e quindi trafitto da un unico chiodo. Ai piedi della croce si trova Maria Maddalena, scenica e lirica nella sua gestualità e posizione inginocchiata. Maddalena è vista di schiena, sul manto colore rosso fuoco scendono lunghi capelli biondo oro. Il braccio sinistro di Maddalena è alzato insieme a quello destro a tracciare un ideale triangolo, metafora dell'ultimo abbraccio rivolto a Cristo. Maddalena è il punto di forza della composizione non tanto e non solo per la sua forza espressiva, accentuata dai contrasti cromatici e dalle geometrie, quanto per la sintesi espressa. Il volto nascosto, il capo reclinato in avanti e quindi rappresentato in scorcio, le fattezze femminili del corpo appena accennate sotto il manto, le mani affusolate, elegantissime nell’atto di levarsi al cielo, sono elementi esemplari che rendono inconfondibile questa crocifìssione di Masaccio. Ai piedi della Croce si trova Maddalena, inginocchiata, il cui manto poggia agli estremi del bordo, sulla terra nuda del Monte Calvario. Al lati della Croce troviamo: alla destra di Cristo e quindi alla sinistra di Maddalena (e dell’osservatore) la Vergine Maria, alla sinistra di Cristo, e quindi alla destra di Maddalena (e dell’osservatore) Giovanni Evangelista. Entrambe le figure esprimono intensamente il proprio dolore, Maria Vergine è serrata in un manto spesso, di colore blu, le pesanti pieghe scendono fino a terra e accompagnano nella sobrietà la figura. La vergine è ritratta di profilo, il viso è rivolto a Cristo, gli occhi sono schiusi al pianto e la bocca accenna a una smorfia di dolore che determina la contrazione del volto. Le mani sono giunte e le dita intrecciate sembrano forzare la Vergine alla sopportazione della tragedia. Anche l’aureola di Maria è preziosamente decorata, come quella di Cristo, di Maddalena e di Giovanni evangelista. Giovanni è ritratto frontalmente, il volto è inclinato a sinistra dell’osservatore, la guancia destra del Santo poggia sul dorso della mano sinistra, unita alla mano destra. L’espressione del volto di Giovanni rivela sgomento: lo sguardo atterrito, gli archi sopraccigliari ribassati, le labbra serrate. La figura, longilinea, è ritratta in una postura irrigidita e curvata in prossimità delle spalle.

Masaccio conferisce volume e plasticismo ai corpi pur stagliandoli su uno sfondo bidimensionale che sembra opporsi alla logica prospettica artificiale che impone un unico punto di vista. In realtà l’artista instaura un rapporto dialettico tra spazio tridimensionale, contingente e misurabile, e spazio infinito, incommensurabile e irreale. Lo spazio dell’uomo e quello del divino si incontrano nella scena della crocifissione, restituendo al sacro l’umano e facendo dell’umano la manifestazione concreta del sacro.

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